Sinistra vs. occidente: quello che dimenticano Greenpeace e simpatizzanti

In Europa e massimamente in Italia e Francia, il Ttip è raccontato dalla sinistra no global (e da certa stampa accondiscendente) come un demone da scacciare, un tradimento dei popoli in nome di un disegno plutocratico e massonico. Ieri, con toni quasi apocalittici, l'ong ha diffuso urbi et orbi un documento riservato di 248 pagine di cui è entrata in possesso.
Sinistra vs. occidente: quello che dimenticano Greenpeace e simpatizzanti

Un gruppo di attivisti di Greenpeace (foto LaPresse)

Una delle ragioni che portarono alla fine del Rinascimento italiano fu, nel XVII secolo, lo spostamento dei traffici commerciali dal mediterraneo all’Atlantico e l’apertura di nuove rotte oceaniche verso l’Asia. Senza il loro ruolo di crocevia necessario tra oriente e occidente, le magnifiche città italiane persero la loro centralità economica, sociale e culturale a vantaggio delle nuove potenze marittime.

 

Oggi l’Europa intera corre un rischio simile, e cioè che il Pacifico diventi il nuovo baricentro del commercio mondiale (tra l’America a trazione californiana e l’Asia giovane, dinamica e promettente) e che l’Atlantico si trasformi invece in un oceano periferico. Se c’è un antidoto a tutto questo, che poi è il tentativo di dare alla società europea un futuro di prosperità e centralità, esso passa da un rilancio del commercio e dell’integrazione economica tra il Vecchio Continente e l’America. Per l’Europa, gli Stati Uniti sono di gran lunga il primo mercato di destinazione dei beni e servizi esportati, il principale mercato d’investimento e la prima fonte di investimenti dall’estero: secondo uno studio del World Trade Institute del 2016, le imprese americane presenti in Europa occupano circa 6 milioni di persone (di cui più di 400 mila in Italia, paese nel quale gli investimenti a stelle e strisce rappresentano quasi il 30 per cento del totale degli investimenti diretti extra-europei).

 

Dal Ttip si attende un aumento strutturale sia dei salari che del pil europeo dello 0,5 per cento all’anno, con una crescita delle esportazioni europee verso l’America del 6 per cento. Dall’altro lato, per gli Stati Uniti l’accordo determinerebbe una crescita del prodotto annuale dello 0,4 per cento ed un aumento delle esportazioni verso l’Europa dell’8 per cento. Per un paese a vocazione esportatrice come l’Italia, l’abbattimento delle barriere atlantiche sarebbe manna dal cielo: più 0,5 per cento di pil, in media con il continente, in virtù della robusta crescita attesa delle esportazioni verso gli Stati Uniti (circa il 21 per cento). L’accordo transatlantico, in parole povere, ha potenzialità maggiori di qualsiasi altro sforzo uno possa fare per diffondere il Made in Italy in giro per il mondo, perché le potenzialità di penetrazione dei nostri beni e servizi nel mercato americano sono ancora enormi: fuori dagli stati di New York, New Jersey e California, ci sono letteralmente praterie. E non parliamo solo di cibo, vino, abbigliamento o mobili, ma di automobili, macchinari, servizi professionali e tecnologie avanzate. Eppure, in Europa e massimamente in Italia e Francia, il Ttip è raccontato dalla sinistra no global (e da certa stampa accondiscendente) come un demone da scacciare, un tradimento dei popoli in nome di un disegno plutocratico e massonico. Ieri, con toni quasi apocalittici, Greenpeace ha diffuso urbi et orbi un documento riservato di 248 pagine di cui è entrata in possesso, contenente le diverse posizioni negoziali degli Stati Uniti e dell’Unione europea sull’accordo.

 

A sentire i dirigenti dell’associazione ambientalista, sembra che abbiano scoperto chissà quale complotto segreto. “Avevamo ragione – scrivono –, confermati rischi per clima, ambiente e sicurezza dei consumatori”. Jorgo Riss di Greenpeace Europa rincara la dose: “Gli Stati Uniti tentando di colpire le tutele della salute in Europa”. In realtà, dietro tanto sensazionalismo, c’è il nulla. Anzitutto, è normale che in un negoziato le parti provino a ottenere quanto più possibile e che una bozza grezza non sia ancora pubblica. Poi, il tempo dell’esame politico e democratico verrà: tutto si può dire delle istituzioni europee tranne che non assicurino il massimo della trasparenza. E su quei temi su cui l’Europa non concorderà con gli Stati Uniti, banalmente non ci sarà accordo. La verità è che l’Europa soffre di autostima: insieme agli Stati Uniti, rappresenta quell’unica parte del pianeta dove i diritti dei lavoratori e la salute dei consumatori sono tutelati e promossi, dove la libertà e la democrazia permettono ad un’organizzazione ambientalista di trafugare un documento segreto senza che nessuno rischi la vita o la galera. Eppure non perde occasione per provare a distruggere se stessa.

 

Il variopinto mondo dei No Ttip non coglie che la grande epopea del mondo operaio e sindacale, che il Primo Maggio ha appena celebrato se stessa, è stata resa possibile esclusivamente da un modello di sviluppo capitalista e liberoscambista, l’unico capace di abbattere la povertà e di distribuire ricchezza, diritti e welfare. Si può discutere all’infinito di principio di precauzione, di ogm o delle formule arbitrali, e se si troverà un accordo tra Europa e Stati Uniti saranno sicuramente tutelate le indicazioni geografiche protette che per Italia e Francia sono come la linea del Piave, ma quel che non può essere messo in discussione è il valore intrinseco del libero commercio. Tra gli anni Venti e l’inizio della Seconda guerra mondiale abbiamo tragicamente sperimentato gli effetti nefasti – economici, sociali e politici – del protezionismo. Mascherarlo oggi da tutela della diversità e da difesa del “piccolo mondo” contro le cattive multinazionali, non lo renderà migliore o più adeguato all’obiettivo che tutti dovremmo porci: creare ricchezza, per poi distribuirla; produrre innovazione, per tradurlo in lavoro, benessere e diritti individuali e sociali.

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