Termini Imerese, ovvero il capitalismo italiano degli eterni sussidi

L’ex stabilimento Fiat riapre i battenti, ma lo fa grazie a un piano di rilancio da 296 milioni di euro, per tre quarti pubblici. E i soldi privati provengono da una società legata proprio agli Agnelli.
Termini Imerese, ovvero il capitalismo italiano degli eterni sussidi

Ex lavoratori Fiat a Termini Imerese (foto LaPresse)

Dopo cinque anni di cassa integrazione, gli ex operai della Fiat sono tornati a varcare i cancelli dello stabilimento di Termini Imerese (Palermo), chiuso definitivamente il 24 novembre 2011 dal nuovo ad dell’azienda torinese –poi divenuta Fca – Sergio Marchionne. Venti operai, sui 700 totali dell’ex Lingotto, hanno ripreso a lavorare sotto l’insegna di Bluetec, società del gruppo Metec, attivo nella componentistica per auto.

 

Il rientro in fabbrica degli ex operai Fiat – che sarà graduale e dovrebbe concludersi nel 2018 – è stato reso possibile grazie a un piano siglato alla fine del 2014 tra ministero dello Sviluppo economico e Bluetec: 96 milioni di euro di investimenti, di cui però ben 71 forniti dallo stato attraverso Invitalia, l’agenzia pubblica per l’attrazione degli investimenti.

 

La spesa pubblica complessiva, peraltro, alla fine dovrebbe essere anche maggiore, visto che a questa prima fase di ripresa della produzione di componentistica per auto, dovrebbe seguire una seconda fase destinata alla produzione di auto ibride, per la quale è atteso lo stanziamento di altri 200 milioni di euro da parte di Stato e regione Sicilia.

 

Il salvataggio dello stabilimento di Termini Imerese, dopo le tante ipotesi (sfumate) di rilancio del sito palermitano a opera di investitori sia italiani (come Massimo Di Risio, patron di Dr Motor) sia cinesi, è stato così realizzato attraverso la solita opera di “capitalismo all’italiana”, fatto di eterni sussidi e finanziamenti pubblici usati da ammortizzatore sociale (opera che, tra l’altro, non soddisfa neanche oggi i sindacati, che vorrebbero reintegrare gli ex operai Fiat tutti e subito).

 

Sulla riapertura della fabbrica il premier Matteo Renzi si era detto “pronto a tutto”, tanto da inserire Termini Imerese fra le “tre T” di cui “bisogna subito occuparsi” (assieme all’Ilva di Taranto e l’Ast di Terni), e in definitiva questo è ciò che è avvenuto, grazie anche all’intervento salvifico della Metec di Roberto Ginatta, da sempre vicino alla famiglia Agnelli e Fca, con il quale condivide gran parte delle sue attività imprenditoriali. Insomma, a salvare Termini Imerese alla fine è stato il solito investimento a fondo perduto da parte dello stato e di Fiat-Fca sotto mentite spoglie. Rottamare questo modus operandi, a Renzi, evidentemente ancora non è riuscito.

 

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