Festeggiare il lavoro facendo la festa alle imprese: un nonsense italiano

Una chiosa a margine tra le polemiche governo-sindacati e una intervista del presidente uscente degli industriali, Giorgio Squinzi
Festeggiare il lavoro facendo la festa alle imprese: un nonsense italiano
Oggi, 1° maggio, si stanno tenendo manifestazioni in tutta Italia, e non solo, per la Festa del lavoro. I tre sindacati maggiori – Cgil, Cisl e Uil – si sono dati appuntamento a Genova, in particolare. Intervistata dall’ Huffington Post questa mattina, il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, ha dichiarato che “il governo sa solo danneggiare i lavoratori”.

 

In un panorama di dichiarazioni pubbliche alquanto ovvie, seppure spesso condivisibili, sull’importanza del rilancio dell’occupazione in Italia, è forse il momento di ribadire un concetto semplice ma ancora “rivoluzionario” in questo paese: festeggiare il lavoro facendo la festa alle imprese è un nonsense tutto italiano.

 

E’ quello che, almeno tra le righe, ha detto oggi il presidente uscente di Confindustria, Giorgio Squinzi, in una intervista al vicedirettore del Corriere della Sera, Daniele Manca. Squinzi racconta il suo viaggio in lungo e in largo per l’Italia come numero uno degli industriali: “E’ stata un’esperienza entusiasmante che tra le altre cose mi ha fatto comprendere che resiste ancora nel paese una cultura anti imprese”. Continua il patron di Mapei, che pure nei suoi anni alla guida della Confindustria è stato più volte criticato dal Foglio: “Spero si sia capito finalmente che a creare il lavoro e la crescita sono le imprese. Siamo andati in 7 mila imprenditori in udienza dal Papa per il Giubileo proprio per dare la nostra testimonianza di quanto l’impresa è oggi un fatto sociale. Ma da qui a dire che venga vissuta come un patrimonio dell’Italia ce ne passa. Come Mapei lavoriamo in 34 paesi e devo dirle che i problemi maggiori li abbiamo qui”.

 

Tassazione elevata, burocrazia asfissiante, pubblica amministrazione vessatoria e incomprensibile, dibattito pubblico quasi monopolizzato da una cultura anti industriale (come si è visto in occasione del cosiddetto referendum sulle trivelle), cui aggiungere il rifiuto opposto finora da parte dei sindacati nazionali e anche dalla Confindustria alla contrattazione aziendale che incentiva la produttività: se l’Italia non è un paese per imprenditori, piccoli o grandi che siano, poi il 1° maggio è inutile attendersi che sia davvero un giorno di festa per i lavoratori.

 

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