Un mirino su Draghi

Padoan e banche italiane pro Bce. “Strappiamogli di mano il bazooka”, dicono invece a Berlino. Ecco come.

Un mirino su Draghi

Il presidente della Bce Mario Draghi (foto LaPresse)

Roma. “E’ ora di strappare il bazooka dalle mani di Draghi”. Questa l’arrembante conclusione di un’analisi scritta ieri a quattro mani, sul quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung, da Hans-Werner Sinn (presidente emerito del pensatoio Ifo) e Gunther Schnabl (Università di Lipsia). I due ritengono che la politica monetaria espansiva della Banca centrale europea – il cosiddetto “bazooka” – crei più problemi all’economia europea di quanti non ne risolva. Sinn non è nuovo a questo tipo di argomentazioni. Stavolta però l’economista vuole rispondere a quei think tank tedeschi che, un po’ a sorpresa, hanno deciso la scorsa settimana di sostenere pubblicamente le scelte della Bce. Sinn e Schnabl assicurano infatti di essere critici ma non per questo a corto di alternative.

 

Ecco cosa propongono: piuttosto che rafforzare l’acquisto di titoli di stato e asset vari (Quantitative easing), o abbassare i tassi fin sotto lo zero, il tutto nel tentativo di combattere le tendenze deflazionistiche e incentivare l’erogazione di credito, la Bce dovrebbe annunciare un imminente rialzo dei tassi. Una stretta monetaria da somministrare ogni sei mesi, a cadenza quasi fissa, con un rialzo dei tassi dello 0,25 per cento. In questo modo, scrivono sulla Faz, i governi nazionali vedrebbero ridursi la possibilità di indebitamento, sarebbero costretti a tagliare la spesa e ad avviare finalmente le riforme strutturali. Non solo: per assicurazioni e risparmiatori tedeschi, oltre che per le banche di tutto il continente, tornerebbero ad aumentare i margini di profitto. La politica attuale, invece, contribuisce a comprare tempo per i paesi dell’Europa periferica (Italia inclusa). Per invertire la rotta, Sinn propone due riforme “costituzionali” per la Bce: la prima consiste nel tornare alla formulazione originaria dell’obiettivo statutario della Bce, cioè quello della “stabilità monetaria” e non quello del “tasso d’inflazione che sia vicino ma sotto il 2 per cento”. In secondo luogo, “non è accettabile” che la Banca centrale tedesca (la Bundesbank) e la Banca centrale di Malta abbiano lo stesso peso in seno alla Bce: ci vorrebbero perciò una ponderazione del voto in base all’importanza dei singoli istituti nazionali e una maggioranza qualificata per approvare misure con effetti fiscali (come il Qe). Insomma, Sinn auspica la costituzione di un potere di veto per la Bundesbank.

 

Draghi a queste sortite polemiche in lingua tedesca è ormai abituato. I colleghi della Bce spesso lo difendono pubblicamente, come ha fatto da ultimo il capo economista belga-tedesco Peter Praet. Ieri anche il ministro dell’Economia italiano, Pier Carlo Padoan, sul Financial Times, ha ribadito la posizione del banchiere centrale su un altro tema caro agli istituti di credito del nostro paese: la ponderazione dei titoli di stato in bilancio, da rinviare il più possibile nel tempo. Tuttavia Sinn, nel dibattito tedesco, oggi appare meno isolato del solito. Lo scorso 8 aprile il ministro delle Finanze, Wolfgang Schäuble, ha addebitato alle mosse di Draghi l’ascesa dei movimenti populisti in Germania. Un attacco politico senza precedenti, specie per il pulpito da cui è arrivato. Ieri Hans-Peter Friedrich, numero due in Parlamento della Csu, partito conservatore bavarese alleato di Merkel, ha rincarato la dose: “Non possiamo permetterci di avere un altro Draghi. La guida della Bce deve passare a un tedesco che si senta fedele alla tradizione di stabilità valutaria della Bundesbank”. Il mandato dell’attuale presidente della Bce scade nel 2019, “la questione della successione non si pone attualmente”, si è limitato a rispondere in una breve nota il ministero delle Finanze di Berlino. Achtung Draghi!

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