Perché ci allarma la versione "No Triv" di Luigi Zingales

L'economista di Chicago in televisione parla di turismo da difendere e imposte da far pagare alle multinazionali. Poi sul Sole 24 Ore compie un ragionamento più sobrio, ma ancora distante dalla vera sfida del 17 aprile: chi ha fiducia nel mercato vs. chi lo avversa.

Perché ci allarma la versione "No Triv" di Luigi Zingales

Messaggio di Greenpeace in mare contro le trivelle (foto LaPresse)

Si può decodificare il referendum “sulle trivelle” con il teorema di Coase? Luigi Zingales lo ha fatto sul Sole 24 Ore, giungendo alla conclusione che il risultato sarà importante solo “per decidere chi deve pagare chi”, nella convinzione che “nessuno dei due fronti mette in dubbio che – qualora prevalga il Sì – il permesso di estrazione possa essere comunque rinnovato”. Anche con queste considerazioni, in una recente intervista televisiva il professor Zingales ha espresso la sua preferenza per il sì al quesito, corroborata da una generica preoccupazione per le sorti del turismo balneare (tema che, francamente, consideriamo mero folklore dei No-Triv, trattando il referendum di piattaforme operanti in Italia da decenni).

 

Turismo a parte, siamo meno ottimisti di Zingales sulla portata meramente tecnica del quesito. Giusto o sbagliato che sia, i referendum hanno per definizione effetti concreti che travalicano la mera abrogazione di una riga o due di una norma. Nel 1987 l’Italia rinunciò al nucleare in virtù di un quesito che in realtà chiedeva di eliminare il potere sostitutivo del Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica rispetto agli enti locali che non avessero individuato le aree nelle quali localizzare gli impianti. In teoria, non era in gioco il divieto all’energia nucleare ma solo una allocazione di diritti e poteri. Come finì? La vittoria del sì sancì de facto il divieto di produzione di energia nucleare.

 

 

 

 

E del referendum sull’acqua pubblica del 2011 vogliamo parlare? Insomma, ci piacerebbe che domenica gli italiani votassero avendo in mente il trade-off del teorema di Coase e i dati concreti del problema, ma realisticamente la contesa sarà tra chi ha fiducia nel mercato, nella tecnologia e nella capacità di conciliare ambiente e sviluppo e quel variegato fronte del No-a-tutto, arricchito da venature giustizialiste e anti-scientiste. Dovesse prevalere quest’ultimo, sull’Italia si abbatterebbe un vento ideologico che colpirebbe pesantemente credibilità e competitività del Paese.

 

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