Sacri graal giudiziari

Cosa cercano i giudici di Potenza tra “disastri ambientali” e “mafiosità”

L’inchiesta sul petrolio lucano punta al nesso tra inquinamento e malattie. Un film già visto. Più altre iperboli
Cosa cercano i giudici di Potenza tra “disastri ambientali” e “mafiosità”

Roma. La procura di Potenza, nell’ambito dell’inchiesta giudiziaria sugli stabilimenti petroliferi dell’Eni in Basilicata, si è messa rapidamente sulle tracce  del “sacro graal” del diritto penale in materia ambientale. L’oggetto della ricerca è il nesso di causa-effetto tra le fonti di inquinamento, gli agenti inquinanti e la loro quantità, e le malattie e i decessi sul territorio regionale. Il copione è noto, la vicenda Ilva e altre insegnano. La procura potentina, riportano i media, sta seguendo l’ipotesi di “disastro ambientale”, fattispecie penale normata a maggio 2015 con la legge sui cosiddetti “ecoreati” che, in certi casi, lascia spiragli di discrezionalità agli inquirenti. Si indaga sulle attività di smaltimento dei rifiuti della produzione di idrocarburi e sulle emissioni gassose del Centro oli dell’Eni a Viggiano, posto sotto sequestro cautelare per fermare una prassi “illecita” degli indagati che alla lunga produce “effetti impattanti sul contesto ambientale di riferimento”, si legge nell’ordinanza di sequestro. Le ansie derivano anche dalla contiguità tra i campi estrattivi e le falde dell’acquedotto pugliese, unica risorsa idrica per milioni di persone. Martedì i carabinieri del Noe hanno preso migliaia di cartelle cliniche negli ospedali regionali per verificare le patologie presenti, anche relative ai tumori. Intanto i periti incaricati dalla procura potentina stanno proseguendo le indagini epidemiologiche includendo i “bioindicatori”, ossia quelle proxy che possono indicare l’incidenza dell’esposizione a fonti inquinanti sugli esseri viventi, solitamente vegetali. Altri prima dei magistrati potentini avevano provato a cercare il “graal giudiziario” del nesso causale. Con alterne fortune.

 

L’inchiesta per disastro ambientale della procura di Savona che dal 2014 ha prostrato la centrale termoelettrica a carbone Tirreno Power di Vado Ligure cercava ad esempio di stabilire un nesso tra le emissioni e le patologie riscontrate attraverso la mera analisi statistica dei registri sanitari messa in relazione con il fenomeno della “desertificazione lichenica” (la morìa di licheni) usato come bionindicatore della presenza di sostanze nocive nell’aria. Da quando la centrale è stata sequestrata l’inquinamento nel savonese è paradossalmente aumentato. Il “nesso” non ha tenuto, depotenziando di conseguenza l’impianto della pubblica accusa: le perizie sono state anche contestate dall’Istituto superiore di sanità, così come la metodologia usata dai periti della procura che non era certificata da alcun organo scientifico internazionale. Costruire indagini inattaccabili avrà identiche criticità per i magistrati lucani e i loro periti. L’iperbole giudiziaria sta nel tentativo di dimostrare che le industrie pesanti non solo inquinano, com’è ovvio, ma addirittura ammazzano con la precisione dei cecchini.

 

E non è l’unica iperbole che s’indovina nell’inchiesta che ha costretto alle dimissioni il ministro dello Sviluppo, Federica Guidi, per avere informato il suo compagno dell’approvazione del decreto Sblocca Italia di stretto interesse per gli affari in Basilicata. “Siamo di fronte a un’organizzazione criminale di stampo mafioso, organizzata su base imprenditoriale” ma “non sono mafiosi con le coppole”, ha detto il procuratore nazionale Antimafia Franco Roberti, eletto nel 2013 con consenso trasversale delle correnti della magistratura, dov’è entrato nel 1975. Nelle parole di Roberti s’ode l’eco dell’inchiesta romana di Mafia Capitale, dove una consorteria di seconda fascia è diventata “mafia”. Trattasi di una “Lucania Capitale”? La Direzione investigativa antimafia riporta che “in provincia di Potenza la criminalità organizzata non sembra dare segnali di particolare riviviscenza” e in una regione sulla quale insistono le organizzazioni pugliesi, campane e calabresi si sono registrate denunce e arresti per corruzione in quantità inferiore, anche in rapporto alla popolazione regionale, rispetto a Lazio e Toscana dal 2012 al primo semestre 2015, secondo la Dia. Il rischio è di tendere a criminalizzare l’ovvio: il comportamento che si va censurando somiglia al concetto sociologico del “familismo amorale” – “massimizzare unicamente i vantaggi materiali di breve termine della propria famiglia nucleare, supponendo che tutti gli altri si comportino allo stesso modo” – indicato da Edward C. Banfield nel libro “Le basi morali di una società arretrata”, un’inchiesta sul campo negli anni Cinquanta presso il borgo di Chiaromonte, nel cuore della Lucania. Appunto.

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