Sbandata larga

Il piano di Renzi per la banda ultralarga con Enel fa arrabbiare Telecom: si rischia una guerra per quartieri tra gli operatori, privati contro stato, a cominciare dalla città di Bari. Concorrenza e storture, con esigenza di un catasto delle infrastrutture.
Sbandata larga

Conferenza stampa del Presidente del Consiglio sulla banda larga a Palazzo Chigi, Roma (foto LaPresse)

Roma. Il piano governativo per sviluppare la rete di Internet veloce con la società partecipata dallo stato Enel, che ha appena stretto un accordo commerciale con Wind e Vodafone, ha motivato il disappunto di Telecom Italia, operatore privato controllato dalla francese Vivendi. Telecom ha vissuto l’iniziativa del governo come una distorsione della libera concorrenza che minaccia il lavoro dei suoi dipendenti, visto che le aree geografiche d’intervento dello stato e dei privati possono sovrapporsi.

 

Ieri il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha illustrato a Palazzo Chigi il piano di Enel per portare entro il 2020 l’infrastruttura di cavi in fibra ottica in 225 città italiane fino alle casa dei clienti attraverso la rete elettrica. Enel, nell’ambito del piano industriale e nel contesto di una riorganizzazione aziendale complessiva, a dicembre aveva creato Enel OpEn Fiber, la società dedicata alla rete, preventivando investimenti per 2,5 miliardi di euro e contando di riuscire a ottenere dei margini di guadagno nel periodo 2018-’19.

 

Renzi ha detto che le prime città a partire con Enel saranno Bari, Perugia, Cagliari, Venezia e Catania. Bari, capoluogo di regione pugliese, è la città della discordia dal punto di vista di Telecom che lì dice di avere già coperto circa 20 mila abitazioni con la tecnologia ftth, la fibra ottica fino alle case, ovvero la stessa tecnologia che vuole adottare Enel. Il rischio è di provocare una guerra per quartieri tra gli operatori, Telecom e Enel, privati contro stato, non solo a Bari ma anche in altre città che l’ex incumbent della telefonia ha già raggiunto come, ad esempio, Genova, Perugia, Bologna, Trieste e Catania. La sovrapposizione delle aree di interesse per i diversi operatori fa inoltre riemergere un’esigenza spesso sottolineata in passato da Interoute, azienda proprietaria del più grande network in fibra ottica in Europa, e cioè la realizzazione in Italia di un censimento, un catasto delle infrastrutture, per capire quali siano i tubi vuoti e le reti in fibra già realizzati anche e soprattutto con investimenti pubblici da parte di municipalizzate, regioni e comuni.

 

Nell’enfasi narrativa utilizzata durante la presentazione del piano governativo non è stato chiarito se i 2,5 miliardi di investimenti da parte di Enel OpEn Fiber serviranno a sostituire i contatori – dove dovrebbe approdare la fibra ottica – o per l’infrastruttura della rete in sé. Il mantra ripetuto alla conferenza è che la rete elettrica è più capillare di quella telefonica. Un’affermazione oggetto di disputa tra gli osservatori perché nel 40 per cento dei casi la rete elettrica raggiunge l’abitazione, ma nella percentuale rimanente arriva fino alla cantina o nei dintorni dell’abitazione. Telecom invece, che investe 3-4 miliardi nel nuovo piano industriale sulla banda larga, sostiene di potere raggiungere direttamente le abitazioni grazie alle 30 milioni di “borchie” (le prese del telefono) già presenti nei singoli appartamenti.

 


          


 

L’azione di Enel, operatore incumbent nel settore elettrico e controllato dallo stato, in predicato di entrare in concorrenza diretta con i privati in aree concorrenziali e non in quelle a fallimento di mercato (dove i privati non avrebbero ritorni tali da motivare un investimento), è vista con sospetto dai vertici di Telecom ma soprattutto dai dipendenti. I sindacati di Telecom hanno fatto un conteggio algebrico di quanti posti di lavoro sarebbero a rischio se ci fossero due reti che si sovrappongono e che si fanno concorrenza quasi in ogni città: 15-20 mila posti sarebbero in bilico perché tante sono le persone che si occupano di gestire, mantenere e sviluppare la rete di Telecom. Il vero tema, sotteso al ragionamento dei sindacati, è che portare alla morte della rete in rame, asset rilevante per Telecom, entro pochi anni significa insidiare i piani della società con sede a Rozzano (Mi).

 

Telecom si era data come scadenza della rete in rame almeno altri quattordici anni di tempo (2030). Ma siccome l’età media dei lavoratori attuale è di 49 anni significa che la loro mansione diventerà obsoleta prima che possano andare in pensione. Quindi se Telecom dovrà accelerare la morte del rame per inseguire i piani di Enel dovrebbe procedere di conseguenza a esuberi del personale. Vivendi, il primo azionista di Telecom con il 24,9 per cento delle quote, ha risposto alle indiscrezioni con una nota dicendo di essere venuta “in Italia per sviluppare e investire nel lungo periodo e non per ridurre l’organico”. L’amministratore delegato di Enel, Francesco Starace, nominato da Renzi nel 2014, ha cercato di smorzare i dissapori dicendo che “stiamo dialogando con tutti, sarebbe fantastico se anche Telecom volesse partecipare”. “Il dialogo c’è stato fin dall’inizio, anzi è il primo operatore con cui abbiamo parlato. Siamo aperti a qualunque soluzione”. Tuttavia sembra che una soluzione corale si stia gradualmente allontanando dall’orizzonte mentre le rivalità tra governo e Telecom, dominio francese, si sono riattizzate.

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