Dai Panama Papers si capisce che l’oppressione fiscale è globale

Divertitevi pure con i “papers” ma alt ai moralismi. Il vero fenomeno da tenere d’occhio, lecito e incontrollabile, che sta già avendo ricadute sull’economia pubblica (aziende) e privata (cittadini), si chiama concorrenza fiscale.
Dai Panama Papers si capisce che l’oppressione fiscale è globale

(foto LaPresse)

Roma. La lettura dei 100 nomi di vip italiani scovati nei Panama Papers sarà certo tra i bestseller del weekend, centellinati dall’Espresso rappresentante per il nostro paese dell’inquietante Comitato internazionale di giornalismo investigativo, dopo le sapide anticipazioni della vigilia (chapeau al marketing): Barbara D’Urso, Carlo Verdone, Luca di Montezemolo, il sarto Valentino. E cioè il salotto Mediaset, il cinema della sinistra buonista, il simbolo multiuso del made in Italy, l’icòna haute couture che in questi casi non manca mai e da non confondere con l’altro Valentino, il campione delle due ruote, pure lui evergreen.

 

Ognuno avrà i suoi motivi più o meno leciti di essersi cercato un paradiso fiscale offshore. Divertiamoci pure a scuriosare e sputtanare, meglio questo delle intercettazioni, ma non salti in mente a chicchessia di impartire pistolotti moralistici (già non si sopporta più il termine “furbetti”) sulla virtù del pagare le tasse e sul terribile nuovo danno inferto agli onesti. Sempre che non si tratti di altri traffici – armi, petrolio, droga, terrorismo, sovvertimento della geopolitica mondiale – e non pare il caso italiano né europeo, la domanda è: ma di che parliamo? Abbiamo avuto la lista Falciani con 7.499 italiani, quella dei 1.200 del “Madoff dei Parioli”, i 500 di Sindona, e le lezioni sono state due. Prima: contrariamente ai catechismi dell’“Italia per bene”, l’evasione fiscale non è un vizio genetico della destra ma anche della sinistra, compresa quella dall’invettiva armata, tipo sorelle Guzzanti, David Riondino, fratelli Vanzina. Due: Il rapporto tra recupero dell’evasione e calo delle tasse sugli “onesti” (virgolette perché potendo tutti o quasi avremmo un conto offshore) non esiste.

 

Parlano i dati: dal 2000 al 2015 il fisco ha iscritto a ruolo 836 miliardi di tasse evase, la metà del Pil italiano. Ne ha incassati poco più di 300, pur sempre una cifra ragguardevole. Nello stesso periodo la pressione fiscale è passata dal 40,8 per cento del Pil al 43,5: non è scesa, anzi è aumentata di 37 miliardi. Non basta, perché intanto la black list del fisco si è ristretta a 46 paesi, perdendo per esempio Svizzera, Lussemburgo, San Marino, Cayman, Hong Kong e Singapore che hanno firmato accordi di rientro di capitali. Così, il vero fenomeno da tenere d’occhio, lecito e incontrollabile, che sta già avendo ricadute sull’economia pubblica (aziende) e privata (cittadini), si chiama concorrenza fiscale; o turismo delle tasse.

 

Negli Stati Uniti è appena saltata per l’intervento del Tesoro la  fusione record tra i colossi farmaceutici Pfizer e Allergan, affare da 160 miliardi di dollari che aveva l’obiettivo di godere degli sgravi di tasse della Allergan che ha la sede operativa nel New Jersey ma fiscale in Irlanda dopo essersi venduta nel 2014 alla dublinese Actavis. Operazioni dette di “inversione fiscale”, e infatti l’Amministrazione Obama ha definito la Allergan un “serial inverter”. Oggi i media americani si domandano come mai nei Panama Papers figurino solo 211 residenti negli Usa, e una risposta può essere che senza andare all’estero, ma per esempio in Delaware non si pagano imposte sulle società né sulle proprietà personali, né sugli immobili: basta versare 200 dollari allo stato e altrettanti a un commercialista. Anche Florida (niente tasse sul reddito e 5,5 per cento sulle attività commerciali) e Texas offrono benefici simili.

 

Ma la partita si è aperta anche in Europa sul fronte dei privati. Soprattutto per i pensionati del nord, ma anche italiani, che possono vivere all’estero per 184 giorni l’anno, conquistando la residenza fiscale. Le Canarie e in particolare Tenerife offrono l’aliquota Irpef del 15 per cento, zero Iva, niente imposte sugli immobili: 60 mila italiani vi si sono già trasferiti, aggiungendosi ad inglesi e tedeschi (benché in Germania la tassa sulle pensioni sia dello 0,2 per cento). Il Portogallo offre l’esenzione dalle imposte sul reddito e per 15 anni da quelle sugli immobili. Poi ci sono i casi limite di Romania e Tunisia, certo con minore appeal. O si tagliano seriamente le tasse oppure è inutile pensare di rinchiudere in gabbia la gente, figuriamoci le imprese. I Panama Papers sono solo un trastullo.

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