I “Panama papers” sulle pensioni italiane, ecco di cosa preoccuparsi

Poco meno del 64 per cento degli assegni pensionistici sono al di sotto di 750 euro mensili. Il dato è corretto, ma sarebbe bastato ribadire due caveat per non disorientare ulteriormente l’opinione pubblica.
I “Panama papers” sulle pensioni italiane, ecco di cosa preoccuparsi

Il presidente dell'Inps Tito Boeri (foto LaPresse)

Anche la previdenza ha i suoi “Panama papers’’: in Italia, le pensioni sono basse e quindi i pensionati sono poveri (a eccezione di alcuni “riccastri’’ da sottoporre alla gogna). Nei commenti al recente rapporto del Coordinamento attuariale dell’Inps (sulle pensioni vigenti nel 2016) la grancassa dei media ha battuto, di nuovo, sul fatto che una percentuale di poco inferiore al 64 per cento è costituita da assegni al di sotto di 750 euro mensili. Il dato è corretto, ma sarebbe bastato ribadire due caveat per non disorientare ulteriormente l’opinione pubblica.

 

Innanzitutto, guai a fare confusione tra pensioni e pensionati: le prime (appartenenti a ogni possibile tipologia) sono 23 milioni; i secondi – in quanto persone fisiche – sono 16,3 milioni. Ne deriva – come è scritto nel Rapporto 2016 di Itinerari previdenziali – che “nel nostro paese, in media, ogni pensionato percepisce 1,434 pensioni’’. Il che determina, secondo il Rapporto, che la pensione media per ogni pensionato non è pari a 11.695 euro annui (come risulta dividendo l’ammontare della spesa per il numero delle prestazioni), ma di 16.638 euro (corrispondenti alla divisione tra “monte pensioni’’ e numero dei pensionati). Itinerari previdenziali, poi, estrapolando gli oneri di carattere assistenziale, si spinge fino a sostenere che la pensione media di carattere previdenziale risulterebbe di 24.450 euro annui (lordi).

 

Quanto al secondo caveat, non ha senso fornire dati medi comprensivi di tutte le tipologie di pensioni, includendovi anche trattamenti che per definizione sono ridotti se non addirittura dimezzati (le pensioni ai superstiti e quelle di invalidità, per esempio) nonché le prestazioni assistenziali, d’importo modesto.

 

Certo, i riferimenti, nel documento dell’Inps, ci sono tutti; ma occorre andarseli a cercare, dopo aver scalato il “muro del pianto’’ dei 750 euro mensili. Le statistiche del Coordinamento attuariale smentiscono, poi, un’altra rappresentazione distorta della realtà, secondo la quale, dopo la riforma Fornero, i lavoratori e le lavoratrici non riescono più a varcare l’agognata soglia della quiescenza se non da vecchi macilenti e sfiniti. Nulla di più falso.

 

Nel 2015, considerando i soli regimi censiti (dipendenti privati e lavoratori autonomi, non il pubblico impiego) le pensioni di vecchiaia anticipata/anzianità (grazie anche alle generose deroghe riconosciute a quegli scrocconi degli “esodati’’) sono state in numero maggiore (157 mila) di quelle di vecchiaia (124 mila). Nel caso del lavoro dipendente c’è stata addirittura la differenza del doppio (104 mila più 1,5 mila prepensionamenti a fronte di 56 mila trattamenti di vecchiaia). L’età media effettiva alla decorrenza dei pensionamenti anticipati (includendo in questo caso anche i dipendenti pubblici) è stata di 60,5 anni (come totale di uomini e donne): in sostanza, 1,4 anni in più dal 2010; 0,6 anni in più dal 2012, quando è entrata in vigore la riforma Fornero (incrementi inferiori a quelli dell’attesa di vita nel medesimo periodo).

 

Certo, l’aumento dell’età effettiva di vecchiaia è stato più importante (2,5 anni), per effetto, però, dell’avvio (nella passata legislatura) della parificazione del requisito anagrafico delle donne a quello degli uomini. E, infatti, mentre i lavoratori hanno avuto, nel 2015, un incremento di 0,8 anni dal 2010 (0,4 anni dal 2012), quello delle lavoratrici è stato rispettivamente pari a 2,9 e a 2,2 anni. Da ultimo, il volitivo Tito Boeri ha segnalato che circa 500 mila pensionati percepiscono un assegno da ben 36 anni; ciò, con riguardo ai soli settori privati (non è incluso il pubblico impiego, terreno d’elezione delle baby pensioni). Il presidente dell’Inps ha proposto un contributo di solidarietà limitatamente ai trattamenti più elevati: come andare a caccia di farfalle sotto l’Arco di… Tito. Per essere seri, occorrerebbe applicare a tutti gli assegni baby un taglio, ragionevole e temporaneo, sul differenziale tra l’importo della pensione e quello del minimo legale.

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