I riottosi della primavera bancaria

Quante resistenze alla rivoluzione del credito imposta da Draghi.
I riottosi della primavera bancaria

Il presidente della Bce Mario Draghi (foto LaPresse)

All’estero manca la percezione che l’Italia sia del tutto fuori dalla recessione. Ci guardano con interesse ma non c’è la fila di investitori pronti a investire miliardi né sulle banche né su altro”. Fabrizio Viola, amministratore delegato del Monte Paschi di Siena, è ben consapevole della diffidenza (comprensibile) della finanza internazionale verso il sistema del credito italiano, sempre più sotto pressione per la crescita delle sofferenze ma forse ancora di più per le conseguenze di episodi, non rari, di governance inadeguata se non colpevole.

 

E quando capita, come nel caso dell’offerta del fondo Apollo su Carige, che i private equity americani avanzino un’offerta per una banca di casa nostra, scatta il rifiuto all’insegna della difesa “della banca del territorio” e contro il “complotto” che, tra i congiurati, annovera anche la Vigilanza europea della Banca centrale europea. Eppure il quadro che emerge al termine di una settimana orribile consiglierebbe prudenza ai difensori ad oltranza dello status quo: ai problemi del Monte Paschi, in carenza cronica di capitale, si sono aggiunti quelli delle Popolari venete, da ricapitalizzare entro poche settimane. Un’ennesima emergenza che rischia di creare ulteriori problemi a Unicredit che, con troppa audacia, l’autunno scorso si era offerta di garantire l’aumento della Popolare di Vicenza. Per non parlare della pessima accoglienza del mercato alla fusione in fieri tra Bpm e Banco Popolare, obbligato da Francoforte a fare precedere le nozze con un robusto aumento di capitale. E così via, tra problemi di quattrini, ma non solo. E’ palpabile, per esempio, la resistenza opposta dal sistema alla riduzione delle poltrone, problema di non poco conto visto che, secondo uno studio di GC Governance Consulting, ogni consigliere bancario costa in media 850 mila euro l’anno. E così via. Certo, dopo sette anni di recessione non è difficile capire perché le banche navigano in acque agitate e pericolose. Proprio per questo, però, per non affogare occorre imparare a nuotare – i salvagenti delle autorità nazionali non funzionano più – e anche a farlo in fretta. Imparare a nuotare significa porre questioni nel merito ai regolatori e discutere di criticità rilevanti per l’impresa bancaria oggetto di attenzioni delle autorità europee, non cercare con ogni mezzo di conservare una rendita personalistica o localistica a scapito dell’ingresso di investitori internazionali in banca.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi