I sindacati, la rendita, la corruzione

Ipocrisie corporative nascoste dietro la battaglia sul codice appalti
I sindacati, la rendita, la corruzione

Ma i sindacati la corruzione la vogliono combattere sì o no? C’è una coda insieme velenosa ma anche gustosa che riguarda la legge sul nuovo codice appalti approvata qualche giorno fa dal Consiglio dei ministri. La legge, come è noto, ha introdotto una piccola ma significativa modifica per i privati titolari di concessioni pubbliche come i concessionari stradali. La modifica prevede, in nome della trasparenza e della lotta alla corruzione, un nuovo rapporto nell’affidamento dei contratti superiori ai 150 mila euro. Prima della nuova legge il rapporto tra contratti in house e contratti affidati a terzi tramite procedura di evidenza pubblica era di 40 a 60. Il nuovo codice appalti ha portato il rapporto a 20 e 80. Tutto lineare e in sintonia con l’èra della trasparenza imposta da Cantone se non fosse che i sindacati, in blocco, si sono opposti, evidenziando la presenza di “effetti negativi dell’occupazione” e chiedendo di rivedere le percentuali. La ragione degli effetti negativi dell’occupazione sembra un pretesto che nasconde qualcos’altro. In termini di occupazione complessiva il nuovo codice appalti non cambia nulla.

 

Cambia qualche altra cosa. Cambia che aprendo a nuovi soggetti alcuni appalti i sindacati vedono attaccata la loro rendita di posizione. Più parcellizzazione del lavoro, meno potere in cantiere. “Cgil, Cisl e Uil – dice al Foglio Edoardo Bianchi, vicepresidente di Ance, capo dei costruttori romani – fanno solo una battaglia di rappresentanza. Non gli interessa l’occupazione, gli interessa avere potere di interdizione”. Difficile dargli torto. Così come è difficile dare torto a chi in queste ore si chiede se ai sindacati interessa di più la lotta alla corruzione o la lotta per avere garantita la propria rendita di posizione.

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