L’anti-astensionismo intermittente degli intellò referendari

Rodotà e Zagrebelsky oggi criticano l’invito renziano a disertare le urne sulle trivelle. Ma nel 2009 inneggiavano al non-voto
L’anti-astensionismo intermittente degli intellò referendari

Rodotà e Zagrebelsky

Milano. Ogni volta che c’è un referendum in Italia parte il solito teatro, da un lato chi è a favore ricorda che votare è un “dovere civico”: “Votate No, ma andate a votare”, con lo scopo evidente ma non detto di aumentare l’affluenza per raggiungere il quorum. Dall’altro lato i contrari, sfruttando la naturale astensione, ricordano che non votare è una scelta pienamente legittima, costituzionalmente riconosciuta proprio dalla presenza del quorum. Ogni parte tira in ballo nobili princìpi per vincere la competizione, far approvare il referendum o farlo fallire. E così nel caso del prossimo referendum del 17 aprile, ormai noto come No Triv, le regioni promotrici e i partiti di opposizione usano i primi argomenti, mentre il governo e i partiti di maggioranza invitano all’astensione. In questo confronto giocano un ruolo particolare gli intellettuali che, in teoria, a differenza dei politici, dovrebbero essere custodi dei princìpi più che degli interessi di bottega.

 

In questi giorni un luminare del diritto come Stefano Rodotà, già impegnato nel tour per il referendum costituzionale di ottobre che lo vede schierato contro la riforma Boschi, denuncia la decisione anti-democratica del Pd e di Matteo Renzi di schierarsi per l’astensione: “Trovo intollerabile il modo in cui è stato liquidato dal Pd il referendum sulle trivelle, inquieta l’aggressività verso le iniziative popolari che vengono messe in campo”. E ancora: “E’ legittimo che il presidente del Consiglio sia contrario al referendum, ma cosa c’entra questo con l’invito a non andare a votare?”. Insomma, nel merito del referendum si può votare “sì” o “no”, ma prima c’è la questione di metodo: bisogna sempre e comunque andare a votare. Ma anche i professori spesso si comportano come i politici e i princìpi valgono finché fanno comodo.

 

Quando nel 2009 c’è stato il referendum sulla legge elettorale promosso da Mario Segni e Giovanni Guzzetta, chi c’era schierato sul fronte dell’astensionismo? Stefano Rodotà. Lo stesso che oggi trova “intollerabile” l’invito di Renzi a disertare le urne, nel 2009 indicava “quattro buone ragioni per l’astensione”: “Come aveva già evidenziato la Corte Costituzionale rischiamo un sistema elettorale incompatibile con la Costituzione – diceva Rodotà – Possiamo accettare un risultato di questa gravità?”. Certo che no. Quando c’è da difendere la democrazia ogni mezzo è legittimo, inclusa l’anti-democratica astensione. Nel 2005, in occasione del referendum sulla procreazione assistita, un altro stimato costituzionalista come Gustavo Zagrebelsky ammoniva la Chiesa perché “l’esortazione dei vescovi a disertare le urne è legittima” ma è immorale, perché “siamo di fronte allo sfruttamento opportunistico di quella quota di astensioni fatalmente derivanti da disinteresse o indifferenza”. Il problema però è che nel referendum sulla legge elettorale del 2009, oltre all’amico Rodotà, anche Zagrebelsky era per l’astensione: “Sono convinto che sia meglio non andare a votare”, diceva il costituzionalista, precisando che “per il referendum sulla procreazione assistita avevo sostenuto che astenersi era una scelta poco democratica. Quella volta però era diverso”. Stavolta era in pericolo la democrazia. Cosa deve fare quindi un sincero democratico nei referendum, votare o astenersi? Non si sa. Per saperlo bisogna chiedere ai professori, perché, parafrasando Vujadin Boskov, “democrazia è quando Rodotà fischia”.

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