Le scelte di Yellen e Draghi parlano ai leader europei. Ecco perché

La Fed quando ha annunciato che avrebbe lasciato inalterati i tassi di interesse di riferimento ha “sorpreso” gli operatori meno di quanto abbia fatto la Bce una settimana fa.
Le scelte di Yellen e Draghi parlano ai leader europei. Ecco perché

Janet Yellen con Mario Draghi (foto LaPresse)

Janet Yellen, quando ha annunciato – alla fine della riunione del Federal Open Market Committee di marzo – che la Federal reserve avrebbe lasciato inalterati i tassi di interesse di riferimento e che il possibile graduale aumento annunciato per il 2016 era da considerarsi dimezzato, ha “sorpreso” gli operatori meno di quanto abbia fatto Mario Draghi una settimana fa. Eppure gli effetti non saranno certo minori almeno per due motivi.

 

Il primo motivo è che nonostante il sostanziale buon andamento dell’economia americana e il basso tasso di disoccupazione, sceso vicino ormai al suo tasso naturale, cioè il livello minimo non inflazionistico, la Fed considera ancora troppo basso il tasso d’inflazione, pur superiore a quello europeo. Ciò indica che la Fed non è disposta ad assistere a un’ulteriore rivalutazione del dollaro. E questo a causa del secondo motivo della prudenza con la quale la Fed è disposta a cambiare in segno restrittivo la politica monetaria americana, e cioè il fatto che la Yellen condivide con Draghi la preoccupazione per la crescita mondiale per i suoi riflessi sulla crescita americana. Questa convinzione viene anche dal peggioramento delle previsioni relative all’economia europea, da anni è la principale produttrice di stimoli recessivi verso il resto del mondo.  

 

Anche dal comportamento delle autorità monetarie americane sembra dedursi, quindi, che i nuovi provvedimenti adottati dalla Banca centrale europea per combattere la deflazione, che pur hanno sorpreso per la loro varietà e forza inattesa, non riescono a trasmettere segnali rassicuranti. La loro efficacia si vedrà nei prossimi mesi e non dipenderà solo dalla reazione dei mercati finanziari, poiché il buon andamento delle Borse negli ultimi anni si è tranquillamente accompagnato alla stagnazione o crescita moderata dell’economia e allo scivolamento verso la deflazione.

 

Il problema è stato ampiamente spiegato dallo stesso Draghi: senza ripresa della domanda e rafforzamento della crescita dell’economia i prezzi non salgono e l’obiettivo ufficiale d’inflazione della Bce sarà difficilmente raggiunto. D’altra parte, come anche Draghi ha più volte ripetuto, la politica monetaria serve ma non può risolvere tutti i problemi se non in presenza di una politica di bilancio accomodante che appoggi la manovra espansiva monetaria, ed è difficile definire come accomodante in tal senso una politica di bilancio che è passata solo nell’ultimo anno dall’essere neutra a lievemente espansiva, dopo anni di politiche di bilancio restrittive. Il contrasto tra l’indirizzo della politica monetaria e quello prevalente delle politiche di bilancio è stato, infatti, uno dei fattori di relativa inefficacia del Quantitative easing  europeo e quindi della sfiducia che Draghi ha dovuto combattere mostrando di avere ancora munizioni a disposizione.

 

Il secondo problema che ha reso necessario usare il bazooka, cioè armi pesanti, è rappresentato dal fatto che ogni intervento straordinario in senso espansivo da parte di una Banca centrale manda due messaggi agli operatori sul mercato, famiglie e imprese. Il primo messaggio è che le cose vanno male e ne è la conferma l’intervento deciso. Il secondo è che l’azione della Banca risolverà i problemi. La questione è: quale dei due messaggi prevarrà? La Bce doveva assolutamente “stupire” e, allo stesso tempo, doveva dichiarare, e Draghi l’ha fatto, che non vi saranno altri interventi futuri sui tassi di interesse per non creare un nuovo incentivo all’attendismo degli operatori. Resta il fatto che ancora non sappiamo se le misure straordinarie adottate dalla Bce saranno sufficienti a rimettere in moto l’economia europea senza un mutamento più coraggioso anche della politica di bilancio.

 

Anche perché l’azione della Bce riduce ancora, assieme al costo dell’uso del risparmio, il rendimento del risparmio, cioè della ricchezza, una fonte non secondaria di reddito anche per le famiglie. Non dimentichiamo che le famiglie dei paesi avanzati vivono di reddito ma anche molto di ricchezza, cioè del risparmio accumulato, e che l’incertezza sul suo rendimento è un elemento di freno ai consumi. D’altra parte questa è una delle forti argomentazioni tedesche nell’attacco alla politica monetaria della Bce. Ciò che in Germania non si dice è che se questi provvedimenti eccezionali sono stati necessari, e tutti i provvedimenti eccezionali hanno come le medicine effetti collaterali negativi, parte della colpa è proprio dell’ottusità ideologica tedesca. Chissà se Draghi in questo modo riuscirà a costringere la Germania a dare una svolta alla propria politica di bilancio. Non arriviamo a pensare che il bersaglio del colpo di bazooka sia proprio questo, ma se ciò accadrà l’Europa avrà trovato una guida politica oltre che economica. 

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