Il metronomo dell’economia non è lo stesso del renzismo

Il tempo svelto del governo (dettato da media e urne) stride con l’esigenza di aggredire debito e spesa pubblica
Il metronomo dell’economia non è lo stesso del renzismo

La vita della società italiana è scandita da due metronomi diversi. Uno che ritma il tempo breve della politica in stereofonia su tweet, slide e veline di Palazzo Chigi, l’altro che marca silenzioso il tempo lungo del paese.

 

Si prenda la questione della crescita del pil, argomento che riempie costantemente il dibattito pubblico. All’inizio di dicembre scorso, abbiamo passato giorni a capire se la crescita del pil reale nel 2015 fosse dello 0,7 per cento, come comunicato dall’Istat nella nota mensile di novembre, anziché dello 0,9 per cento, come previsto dal governo. Alla fine, l’Istat ha precisato che lo 0,7 per cento non considerava i tre giorni lavorativi in più che ci sono nel 2015. Includendoli, la crescita sarebbe dello 0,8 per cento: questione di giorni, addirittura, nemmeno di mesi. E sempre a proposito di 0,8, pochi giorni fa è stato precisato che questo decimale, pubblicato dall’Istat quale dato finale 2015 come arrotondamento dello 0,76 per cento, corrisponde, per gli effetti di calendario, a uno 0,6 per cento, come arrotondamento dello 0,64.

 

Le previsioni su cui l’opinione pubblica, giornalisti in testa, concentra i suoi commenti sono da analisi al microscopio: dati mensili e trimestrali di occupazione e disoccupazione, consumi, esportazioni, etc. Da quei dati, secondo il governo dovrebbe discendere la fiducia delle persone, delle famiglie e delle imprese, come se davvero le scelte strategiche di risparmio, investimento o avvio di attività si facessero sulla base di numeri così temporalmente limitati. Certo sono numeri importanti per capire nel breve termine cosa sta succedendo e per poter fare analisi di termine più lungo, ma dovremmo chiederci se esista un commerciante che decida di aprire un negozio di vestiti solo in base alle stime di vendita di abbigliamento registrate in un mese o fosse pure un trimestre, anche perché sa che i mesi non sono tutti uguali, agosto non è novembre, e l’inizio di dicembre non è uguale agli ultimi giorni dell’anno.
Un onesto governo dovrebbe avere la stessa cautela e serietà.

 

Eppure è il tempo breve che scandisce sia le scelte che le dichiarazioni della politica, il tempo corrispondente a quello elettorale: dal 1989, con la sola eccezione del 1991, non è passato anno in cui gli italiani non siano stati chiamati alle urne. E non importa per cosa votassero: ogni elezione è una cartina di tornasole per la politica nazionale.

 

Per questo, non è al breve termine che un governo, compreso quello di Renzi, pensa solo quando twitta gli “0,” di crescita di pil e i dati degli occupati (senza contare l’aumento degli inattivi e giocando sull’ambiguità, non di poco conto in un momento in cui le decontribuzioni hanno incoraggiato le trasformazioni, tra nuovi contratti e nuovi posti). E’ infatti sempre al breve termine che guarda quando posticipa di un anno le clausole di salvaguardia, o proroga le decontribuzioni parziali per i lavoratori dipendenti di 12 mesi, o prevede il bonus per i diciottenni o dilaziona il pagamento dei mutui regionali. Per fare gli ultimi noti esempi.

 

Intanto, il metronomo reale del paese scandisce silenziosamente qualcosa di diverso. Come sintetizza il Superindice dell’Istituto Bruno Leoni, non dal mese scorso, non dal trimestre scorso, ma per tutto il quindicennio scorso il nostro tasso di crescita è stato al di sotto della media europea di circa 1,2 punti percentuali. La tassazione è di quasi 10 punti percentuali sul pil superiore alla media Ocse e, convitato di pietra del tavolo di governo, il rapporto fra debito pubblico e prodotto interno lordo è di oltre 40 punti percentuali rispetto alla media dell’Unione europea.

 

Ma il debito è ciò che si dovrà pagare domani. Perché la cicala del governo dovrebbe pensarci oggi, col rischio o di perdere il consenso elettorale smettendo di dare mance o, peggio ancora per lui, di perdere pezzi e potere riducendo la spesa pubblica?
Quando, nel 2010, l’Istituto Bruno Leoni ha messo a punto l’orologio del debito pubblico, il debito procapite era di circa 30.000 euro. Ora siamo a 37.600 euro. Che ogni bambino al primo vagito abbia già un debito di 37.000 euro poco importa, nel tempo della politica: non vota, e per quando voterà quel debito sarà problema di altri.

 

Il debito non è solo l’elefante nella stanza della finanza pubblica, ma è una questione prima di tutto etica. E’ un problema di equità tra generazioni e di sostenibilità della finanza pubblica: chi pagherà il welfare di domani, dal momento che gli altissimi contributi (33 per cento della busta paga, il livello più alto nell’Ocse) e le altissime tasse (43,5 per cento del pil nel 2014 secondo la Corte dei conti, 54 per cento reale nel 2013 secondo Confcommercio) sono assorbiti dalle pensioni e dai servizi per la popolazione attuale?

 

Se ogni tanto le dichiarazioni sul rischio di povertà dei giovani, come quelle di Boeri di qualche tempo fa, o i dossier internazionali come il rapporto dell’Ocse sulle pensioni non togliessero la sordina al metronomo del paese, il dibattito pubblico sentirebbe solo il ticchettio della crescita da zero virgola.

 

Si tratta, però, di una sovrapposizione ritmica solo di qualche giorno: il governo, dal suo punto di vista, non ha motivo di prendere sul serio la spesa di domani, ed è più facile prendersela coi burocrati europei che spiegare agli elettori che se questi si accigliano con noi è perché l’elefante, forse, lo vedono bene. Prendere sul serio il problema della spesa e del debito richiede decisioni a lungo termine, idee non di un giorno ma di prospettiva, competenze per bilanciare seriamente interessi e diritti in delicato equilibrio, e soprattutto il ripensamento e la riduzione del perimetro pubblico.
Tutti fattori non amati dalla politica, e forse nemmeno da molti cittadini.

 

Serena Sileoni è vice direttore generale Istituto Bruno Leoni

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