A mali estremi, estremo Draghi

La Bce sorprende i mercati: più acquisti di asset e più incentivi ai prestiti bancari (via tassi negativi). Ma la radicalità delle misure avvicina la fine dell’incantesimo monetario. Quella deriva giapponese sullo sfondo.
A mali estremi, estremo Draghi

Mario Draghi (foto LaPresse)

Roma. Il bazooka, Mario Draghi l’ha impugnato sparando più forte delle previsioni: pochi infatti pensavano che la Banca centrale europea si spingesse a estendere il Quantitative easing (allentamento monetario) all’acquisto di obbligazioni aziendali non finanziarie con rating d’investimento. “Bold” e “bolder-than-expected” sono gli aggettivi più frequenti nelle note per i clienti scritte a caldo dagli operatori. Ma i mercati hanno festeggiato solo un po’, con rialzi in Europa, meno a Wall Street, a beneficio dei titoli bancari; poi le Borse hanno girato al ribasso soprattutto per il mancato deprezzamento dell’euro sul dollaro, causato sia dalla precisazione di Draghi che i tassi europei non resteranno indefinitamente a zero (però non si capisce come poteva dire il contrario) sia dalle indecisioni di Janet Yellen, presidente della Federal Reserve, in senso inverso alla Bce, cioè sul rialzo dei tassi americani. Non solo: la stessa radicalità delle misure di Draghi potrebbe richiedere tempo per essere digerita. Vediamo perché.

 

L’insieme di misure prese dal board dell’Eurotower, assente giovedì per rotazione il presidente della Bundesbank Jens Weidmann, comprende l’estensione del Quantitative easing (o acquisto di asset) ai corporate bond: quali lo deciderà l’esecutivo; il suo innalzamento da 60 a 80 miliardi mensili; il lancio di un nuovo piano quadriennale Tltro (Targeted longer-term refinancing operations), finanziamenti alle banche a tasso zero o inferiore proporzionato ai prestiti dati all’economia reale e ai consumi; e la riduzione di tutti i tassi principali: dallo 0,05 allo zero di quello di rifinanziamento (l’ex tasso di sconto), da meno 0,3 a meno 0,4 del tasso di deposito a Francoforte, il pedaggio che le banche pagano per tenere i soldi inutilizzati presso la tesoreria della Bce. Questo notevole armamentario, che ha richiesto ulteriori conferenze stampa ad hoc sulle singole misure, e che verrà tecnicamente affinato da qui a giugno – e magari in questo periodo anche i mercati giudicheranno in maniera più ponderata –, è motivato da Draghi con il brusco peggioramento delle prospettive dell’economia europea tra dicembre e febbraio. L’inflazione attesa quest’anno dagli economisti dell’Eurotower passa dall’uno per cento allo 0,1, con prospettive di crescita all’1,3 nel 2017 e all’1,6 nel 2018: ben lontana dall’obiettivo del 2 per cento. Quanto alla stima di crescita, viene tagliata dall’1,7 all’1,4 nel 2016, ipotizzando un rialzo di tre e quattro decimali nei due anni successivi.

 

[**Video_box_2**]Su tutto però, e Draghi non l’ha dissipata, grava una nube d’inquietudine. Che spazia dall’individuazione delle cause del rallentamento economico al tempo che occorrerà per cambiare la situazione, al dilemma rigore-espansione delle politiche governative europee. Fino all’efficacia stessa delle misure della Bce, anche considerando che il mandato del presidente scadrà a ottobre 2019. Draghi ha tenuto il punto negando che la Banca centrale stia esaurendo le munizioni – “Con la varietà di misure messe in atto vi sembra che ci manchino idee e risorse?”, ha chiesto, parlando in realtà ai mercati – sia non fissando limiti temporali al Qe: scade a marzo 2017 “ma potrà essere prorogato e in ogni caso durerà finché non avremo raggiunto l’obiettivo di un’inflazione prossima al 2 per cento”.  Di certo la palla è stata ripassata ai governi, ai quali la Bce rimprovera “il lento passo delle riforme strutturali” e chiede “politiche che, nel quadro dei vincoli di bilancio, siano molto più orientate alla crescita, con riguardo specie agli investimenti e al lavoro”. Ma il focus si sposta anche al dilemma se le banche siano vittime o beneficiarie della politica dei tassi a zero (oltre che, in Europa, della occhiuta vigilanza della Bce che però non dipende da Draghi). Oggettivamente l’Eurotower appare più distante dagli Stati Uniti e più vicina al Giappone, dove il governatore della Banca centrale Haruhiko Kuroda, su istruzioni del governo, ha portato i tassi in territorio negativo senza evitare una nuova recessione. E, come documenta il Wall Street Journal, le banche non guadagnano, diffondono timori di crac, trasmettono panico ai clienti che vedono minacciato il più alto risparmio del mondo e temono che presto saranno loro a pagare per i tassi negativi imposti agli istituti di credito. Così da una parte i mercati temono la fine dell’Eldorado dei tassi a zero; dall’altra evocano la sindrome giapponese. Cosa manca? Ah sì, misure serie pro crescita.

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