Un mea culpa monco su Marchionne

Il manager riabilitato da Maurizio Landini che inchiodò l’Italia a un dibattito finto. Fa sempre bene sentire ammettere i propri errori, sennonché questo caso è diverso: innanzi tutto perché il sindacalista si guarda bene dal fare autocritica.
Un mea culpa monco su Marchionne

Il segretario della Fiom, Maurizio Landini (foto LaPresse)

"Nessuno nega che la Fiat, prima dell’arrivo di Sergio Marchionne, fosse a rischio di fallimento e oggi no. E nessuno vuole negare le qualità finanziarie del manager. Di tutto questo noi siamo contenti”. Lo ha detto Maurizio Landini, leader della Fiom-Cgil, venerdì 4 marzo in un convegno sul futuro dell’industria dell’auto nella sede nazionale della Cgil.

 

La riabilitazione ha sorpreso i presenti – tra i quali Gianni Rinaldini, predecessore di Landini alla guida della Fiom, che all’epoca al pari di molti politici chiedeva la nazionalizzazione della Fiat – ed è stata positivamente sottolineata dalla stampa nazionale, in testa il Corriere della Sera che ancora per poco avrà la Fiat Chrysler Automobiles come azionista di maggioranza.

 

Fa sempre bene sentire ammettere i propri errori, sennonché il caso Landini è diverso. Innanzi tutto perché il sindacalista più amato dai talk-show si guarda bene dal fare autocritica. Secondo, perché non ha il coraggio di riflettere su quanto quell’errore strategico nei confronti di Marchionne è costato all’Italia, e sui danni ancora maggiori che avrebbe prodotto se l’intero sindacato avesse seguito l’esempio dei metalmeccanici della Cgil. I quali ricorsero alla mobilitazione di piazza, mediatica, giudiziaria, etica e sociale contro il “supremo sopruso” dell’importare in Italia qualcosa delle relazioni sindacali aziendali che funzionano da decenni, e con successo, negli Stati Uniti. La Fiom vaneggiava di una violazione dei diritti dei lavoratori, poi ne ha fatto una questione costituzionale, ottenendo ragione su un aspetto laterale (la rappresentanza sindacale in assenza di firma degli accordi), ma mancando il bersaglio grosso: l’affermazione che in questo paese un’industria privata può produrre solo con il benestare della concertazione benecomunista. In pratica si trattava di buttar fuori Marchionne prima ancora che cominciasse a lavorare.

 

Poiché la Fiom dedica (ora) convegni all’automotive, si può ricordare che senza Marchionne e senza i sindacati riformisti non ci sarebbe più industria automobilistica privata in Italia, né forse industria dell’auto tout court. E dunque mancherebbe tra l’altro la maggiore componente della debole ripresa del pil, in termini diretti e di indotto. Non solo. L’opposizione in fabbrica, nelle piazze e in tv alla logica “bieca” della produttività – in base alla quale per il 2015 la Fca ha distribuito premi superiori a tutti gli aumenti contrattuali mai ottenuti da Landini – se fosse attecchita, o se ancora attecchisse, toglierebbe all’Italia un’altra chance di risalire la china non solo della ripresa, ma della normalità; e non solo perché ce lo ricorda l’Europa. Ecco perché ora non basta dire “siamo contenti”. 

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