Prezzi depressi

Non solo Berlino. Arriva il “fuoco amico” sul terzo eurosalvataggio di Draghi

Per il Wsj giovedì tocca di nuovo al banchiere centrale evitare il crac dell’Eurozona. Studio contro della Bri. Secondo Simon Nixon la nuova emergenza si chiama deflazione. Forse drammatizza. Certamente il fatto che si tratti del salvataggio numero tre non rende le cose più facili all’ex governatore della Banca d’Italia.
Non solo Berlino. Arriva il “fuoco amico” sul terzo eurosalvataggio di Draghi

Il presidente della Bce Mario Draghi (foto LaPresse)

Roma. Per Simon Nixon, del Wall Street Journal, giovedì Mario Draghi dovrà salvare l’Europa per la terza volta. Nel luglio 2012 il famoso whatever it takes evitò la disintegrazione dell’euro, nel gennaio 2015 il lancio del Quantitative easing ha scongiurato la frantumazione del sistema finanziario. Ora la nuova emergenza si chiama deflazione. Nixon forse drammatizza. Certamente il fatto che si tratti del salvataggio numero tre non rende le cose più facili all’ex governatore della Banca d’Italia. In vista della riunione del Consiglio direttivo della Banca centrale europea, nella quale Draghi è intenzionato a varare nuove misure di stimolo monetario per contrastare le tendenze deflazionistiche, la pressione del partito contrario si torna a rafforzare. Di recente la stampa tedesca ha definito la lotta di “Don Mario Draghi” alla deflazione “una battaglia contro i mulini a vento” (Deutsche Welle). Ma ora il presidente della Bce deve fronteggiare anche il fuoco amico della Bri, la Banca centrale delle Banche centrali, di cui il governatore della Bundesbank, Jens Weidmann, ha da qualche mese preso le redini e secondo la quale la deflazione “non è necessariamente un male”. La tesi dei mulini a vento e quella del rischio giapponese torneranno a confrontarsi nell’Eurotower intorno a un numero quasi esoterico, quello del tasso swap sui tassi d’interesse europei a cinque anni, da tempo in discesa. Draghi lo considera un indicatore significativo delle aspettative d’inflazione dei mercati, che insieme al dato sui prezzi, scesi in febbraio dello 0,3 per cento nell’Eurozona, rende improcrastinabile un ulteriore allentamento della politica monetaria.

 

Weidmann lo considera invece più il riflesso di paure eccessive che delle reali attese degli operatori, quindi poco attendibile. Per l’uno insomma la deflazione è concretamente dietro l’angolo, per l’altro niente più che un fantasma. E’ probabile che giovedì la tesi dei mulini a vento risulti perdente, non tanto perché in base alle nuove regole di turnazione Weidmann non vota, quanto perché Draghi sembra già avere la maggioranza dalla sua. Si vedrà poi su che tipo di misure. Ma la partita sulla deflazione che si gioca a Francoforte non è puramente tecnica, bensì politica. L’opposizione tedesca a ulteriori misure monetarie espansive non riflette solo le crescenti pressioni delle banche e delle assicurazioni di Berlino messe in difficoltà dalla prolungata fase di bassi tassi d’interesse. La Bundesbank da una parte ritiene che l’enfasi sul rischio deflazione sia alimentata ad arte per poter venire in soccorso dei paesi indebitati e boccheggianti del sud dell’Eurozona; dall’altra teme che il (per lei) prevedibile insuccesso nel riportare il tasso di crescita dei prezzi verso l’alto possa aprire la strada a politiche fiscali espansive in aperta contraddizione con la visione tedesca dell’euro e delle sue regole. Uno scenario urticante per la Bundesbank e il ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble.

 

Draghi si muove in una prospettiva opposta. Il successo parziale del Qe stile Bce (l’euroinflazione che quest’anno doveva salire all’1 per cento, si fermerà a più 0,4) è una minaccia per la credibilità della Bce. E dato che la credibilità per un banchiere centrale è tutto, se l’entità del Qe varato nel 2015 è stata insufficiente si dovrà fare di più: “Non possiamo non ottemperare al mandato assegnatoci di assicurare la stabilità dei prezzi”. Il recente attivismo della Bri, di cui è esponente di spicco un altro italiano, Claudio Borio, comincia tuttavia a preoccupare. Draghi può forse fare spallucce di fronte alle analisi delle banche d’affari che stimano al 2020 un’inflazione ancora sotto l’1 per cento, ma non di fronte ai messaggi della banca di Basilea. Al termine di uno studio che si sviluppa su un arco temporale di 140 anni la Bri conclude che la relazione causale tra deflazione e bassa crescita è “debole” e che è “illusorio” pensare di guidare i prezzi con la leva monetaria. I nervi d’acciaio di Draghi saranno messi sempre più alla prova.

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