In memoria di Ricossa. Liberale e perfino referendario quando servì

Per l'economista torinese, scomparso la settimana scorsa a ottantotto anni, la borghesia era "un tipo umano, un carattere", non una classe sociale. Quando nel 1995 si schierò in prima linea per fermare i referendum che volevano raffirzare il monopolio pubblico sulla televisione.
In memoria di Ricossa. Liberale e perfino referendario quando servì
Oggi, come ogni lunedì, è andata in onda "Oikonomia", la mia rubrica su Radio Radicale. Qui potete trovare l'audio, di seguito invece il testo con i link.
 

Mercoledì sera, a ottantotto anni e dopo una lunga malattia, è scomparso l’economista liberale Sergio Ricossa. Nato a Torino nel 1927, si laureò con Arrigo Bordin nel 1949 e divenne professore nell’Università del capoluogo torinese nel 1964. Collaborò col Centro studi dell’Unione Industriale, diretto allora da Augusto Bargoni, e partecipò alla nascita del Centro Einaudi. Fin da giovane divenne amico di Bruno Leoni che lo introdusse alla Mont Pelerin Society, la società di studi liberali fondata da Friedrich von Hayek. Più tardi fu editorialista della Stampa e del Giornale diretto da Indro Montanelli. Alla metà degli anni 90, incrociò anche l’iniziativa politica radicale: negli archivi di Radio Radicale, attraverso il sito web, è disponibile infatti l’audio di alcune manifestazioni cui Ricossa partecipò in quanto presidente del Comitato “Tre No per tre referendum”. Nel 1995 anche i Radicali si schierarono per il “no” alla modifica della Legge Mammì proposta da alcuni partiti della sinistra; occorreva dire tre “no”, spiegava allora Ricossa, perché “in realtà – modificando questa legge, ndr – si vuole ritornare al monopolio della tv di Stato in mano ai partiti. E' profondamente ingiusta la volontà di penalizzare le televisioni commerciali che, senza nessun obbligo e costo per l'utente, sono protagoniste dell'ampiezza e della varietà dell’offerta televisiva”.

 

L’Istituto Bruno Leoni qualche anno fa ha ripubblicato uno dei libri più politici di Ricossa, intitolato “Straborghese” e uscito per la prima volta nel 1980 grazie all’Editoriale Nuova. Proprio in quell’anno, mentre i terroristi di Prima Linea uccidevano un dirigente dell’azienda Icmesa, Paolo Poletti, i brigatisti ammazzavano il vicepresidente del CSM Vittorio Bachelet e poi il giornalista del Corriere della Sera Walter Tobagi, Ricossa scriveva questo libro in cui osservava: “Ogni discorso sulla borghesia incappa fin dal principio nella difficoltà di non sapere mai bene chi siano i borghesi. È infatti assai più facile, oggi, trovare chi sia disposto a ucciderne uno che chi sia disposto a definirli con precisione”. Per Ricossa è errato pensare alla borghesia come a una “classe sociale”: “La borghesia è invece un tipo umano, è un carattere, e forse il più adatto a parlarne è il romanziere o il commediografo”.

 

Lascio la parola a Ricossa: “Il borghese è essenzialmente chi vuole farsi da sé. I tratti principali per riconoscerlo sono l’individualismo, lo spirito di indipendenza, l’anticonformismo, l’orgoglio e l’ambizione, la volontà di emergere, la tenacia, la voglia di competere, il senso critico, il gusto della vita. Sconfina nell’eccentrico, nell’avventuriero, o egualmente bene nel martire, eccezionalmente. Martire fu, appunto, Tommaso Moro; 'decapitato (scrive Praz) per tener fede alla propria coscienza', contro l’acquiescenza, 'che Enrico VIII, il re toro, pretendeva non già per motivi religiosi, ma solo per poter ripudiare una vacca in favore di un’altra'. Avventuriero fu Casanova, di cui il principe di Ligne diceva: 'È fiero perché è nulla'; fierezza che lo fa esclamare: 'L’uomo nelle sue relazioni intime e morali non deve conto delle sue azioni se non a sé stesso quaggiù, e dopo morte a Dio'. Ma il borghese normale è un moderato, che diffida sia dell’eroismo, sia della mancanza di scrupoli. Sa che sovente 'l’eccesso è segno del contrario di ciò in cui si eccede' (Elémire Zolla). Il borghese non accetta le caste, ma neanche l’egualitarismo. Nel Settecento lo sentiamo dichiarare: 'Gli uomini nascono eguali', ma il significato è soltanto che non conta nascere nobili o plebei. Conta quello che si fa della propria vita. Il borghese crede nella gerarchia, non nelle classi sociali: la sua gerarchia è individuale. Non sente la solidarietà di classe, perché anzi è abituato alla concorrenza coi suoi pari. Sente poco la solidarietà in generale, perché pensa che se egli si fa da sé, senza aiuti, tutti debbano farsi da sé. Lottatore, nega tuttavia la 'lotta di classe'. Non s’intruppa volentieri nemmeno per ricavarne vantaggi.

 

(…) 'Bottegaio, affarista': così lo ingiuriano. Ma il successo gli piace assai più del denaro. Il denaro è per lui importante solo perché è un segno del successo, oltre che una garanzia di indipendenza: perciò il borghese lo cerca, l’accumula. Col cervello, però, non col cuore (segue la raccomandazione di Swift). Secondo le regole borghesi, chi ha, è. 'Avido, avaro', dice la gente. Eppure il borghese si contenta spesso di pochi agi, ed è generoso nei doni, che testimoniano il suo successo. A Firenze, il Duomo, Santa Croce, Santa Maria Novella furono costruite con le donazioni dei grandi borghesi locali. Oggi, la borghesia dona ai musei, alle università, agli ospedali; almeno finché non le si dice che il mecenatismo e la beneficenza sono cose riprovevoli. (Ma si vede raramente che un antiborghese rifiuti i milioni offertigli da un borghese).

 

[**Video_box_2**](…) Fu Marx a dire: 'La borghesia ha avuto da svolgere nella storia un compito sommamente rivoluzionario'. Il borghese crede che il mondo sia sempre da cambiare, da migliorare: non si contenta mai, non si rassegna. Ma sempre su scala individuale, senza vaneggiare di palingenesi sociali. Se fa le palingenesi è senza pianificarle: le ottiene senza premeditazione, come somma di innumerevoli atti indipendenti di innumerevoli individui liberi; gradualmente, a tentoni, e di solito sono le uniche palingenesi non catastrofiche. Gli piace creare, non demolire, si sente artefice, e in questo non differisce dall’artista. I critici lo accusano di emarginare la sensibilità, la fantasia, l’utopia, per lasciar posto alla razionalità. La questione è più complicata: il borghese crede di essere razionale anche quando non lo è. Un grande imprenditore italiano, oltre che propugnare l’uso dei metodi americani più avanzati di management, non assumeva un collaboratore senza prima conoscerne l’oroscopo. D’altronde, se fosse stato del tutto razionale, avrebbe forse fatto il burocrate, non l’imprenditore, e per giunta in Italia".

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