Il piano Padoan per svegliare il risparmio a favore delle medie imprese

Fitch vede al ribasso la crescita italiana. Il ministro dell'Economia ha un’idea (da 85 milioni di euro) per le Pmi. La carica dei 200mila investitori – di Marco Valerio Lo Prete
Il piano Padoan per svegliare il risparmio a favore delle medie imprese

Il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan (foto LaPresse)

Roma. “Se smettiamo di piangerci addosso e creiamo un clima che incoraggi a rimettere in circolo i denari, allora l’Italia tornerà locomotiva d’Europa. Il salto di qualità lo faremo quando si smuoverà l’immenso moloch del risparmio privato”, diceva Matteo Renzi lo scorso dicembre, intervistato dal Corriere della Sera. Non pochi analisti e commentatori videro, dietro quelle parole, trame più o meno oscure per punire l’eccesso di risparmio, addirittura la premessa per un’imposta patrimoniale. D’altronde sempre il governo Renzi, per far quadrare i conti pubblici, aveva già elevato al 26 per cento l’aliquota dell’imposizione fiscale su tutti i proventi finanziari, esclusi quelli provenienti dai titoli di stato (tassati solo al 12,5 per cento).

 

Adesso invece l’esecutivo sta lavorando a un piano che fa assumere un tono meno sinistro a quelle riflessioni del presidente del Consiglio sui risparmi addormentati: l’idea – anticipata sabato scorso dal Foglio e poi confermata sul Sole 24 Ore di domenica da Fabrizio Pagani (capo della segreteria tecnica del ministro dell’Economia) – è quella di introdurre un regime fiscale agevolato per “i redditi di capitale e i redditi di natura finanziaria percepiti da persone fisiche che investono in strumenti finanziari di imprese di media capitalizzazione”. In altre parole: se il risparmio è addormentato, meglio invogliarlo a svegliarsi con un fisco più conveniente, a condizione che esso si diriga sulle medie imprese con maggiori prospettive di crescita. A Palazzo Chigi dicono che questo è anche un modo per aggirare il solito bancocentrismo dell’economia italiana, specie in una fase di difficoltà per gli istituti di credito. Così proprio ieri pomeriggio, a Via XX Settembre, si è tenuta una riunione per limare il progetto: con tanto di stime sui costi dello sgravio.

 

Ieri il dipartimento Finanze del ministero guidato da Pier Carlo Padoan ha presentato due ipotesi di “relazione tecnica”. Una che esenta dal pagamento dell’aliquota del 26 per cento le somme investite fino a un massimo di 10.000 euro (e per un periodo non inferiore ai cinque anni) e un’altra che esenta le somme fino a un massimo di 20.000 euro (per lo stesso periodo). Le relazioni passano poi a ipotizzare il numero di persone che potrebbero essere attratte da questo sconto. Sul punto, fonti del ministero dello Sviluppo – che assieme al ministero dell’Economia e alla Banca d’Italia fa parte del gruppo “Finanza per la crescita” che ha partorito il progetto – osservano che è necessaria una premessa: alcuni individui potranno costruirsi personalmente il proprio piano d’investimento che rispetti le condizioni necessarie a godere dello sgravio; ma la maggior parte si affiderà a gestori professionali che, si spera, saranno rapidi a creare prodotti ad hoc da offrire al pubblico.

 

“L’esperienza francese, con l’introduzione nel 2014 di un’agevolazione simile (Plan d’épargne en actions, Pea, ndr), mostra come i piani di investimento in detti strumenti siano stati circa 42 mila – si legge nella relazione tecnica consultata dal Foglio – Considerando che in Francia questo tipo di agevolazione era già largamente diffusa per strumenti similari, si può ipotizzare che in Italia la novità fiscale possa determinare un numero di adesioni maggiore e pari circa a 200.000 investitori per un investimento medio nei piani di risparmio pari alla metà delle somme agevolabili, e pari a 10.000 euro, e che il loro numero aumenti del 20 per cento ogni dodici mesi per poi stabilizzarsi dopo 5 anni”. Il costo dell’operazione non è improbo. Se nel 2014 la tassazione su interessi, redditi di capitali e plusvalenze da cessione di azioni ha portato nelle casse dello stato 13,8 miliardi di euro, l’esenzione sui 20 mila euro farebbe perdere 11,4 milioni di gettito il primo anno (2016), 25,2 milioni nel 2017 e poi al massimo 85,1 milioni nel 2020. Mentre l’agenzia di rating Fitch abbassa le previsioni di crescita dell’Italia – il pil crescerebbe dell’1 per cento nel 2016, non più dell’1,3 per cento indicato a dicembre – una frustata al risparmio potrebbe rivelarsi salutare.

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