Troppe imposte uccidono le imposte. E' un problema pure per lo Stato

La pressione fiscale non può diventare una “variabile dipendente” della spesa pubblica, intuì l’economista De Viti De Marco. Sfidando questa legge di gravità della finanza pubblica, e continuando ad elevare il livello di imposizione fiscale, si nuoce alla creazione di quel prodotto economico-sociale suscettibile di ripartizione attraverso le tasse.
Troppe imposte uccidono le imposte. E' un problema pure per lo Stato

Oggi, come ogni lunedì, è andata in onda Oikonomia, la mia rubrica settimanale su Radio Radicale. Qui potete trovare l'audio, di seguito invece il testo.

 

Nella puntata dello scorso 8 febbraio mi sono soffermato sugli effetti distorsivi di una tassazione eccessiva. Prendendo spunto dal collasso dell’antica città commerciale di Rodi nel III secolo avanti Cristo, soppiantata dal porto romano e tax free di Delos, o anche dalla vicenda ben più attuale della compagnia aerea irlandese Ryan Air che abbandonerà alcune città italiane per l’improvviso aumento di balzelli nazionali e locali negli aeroporti, ho ricordato che la scienza delle finanze parla, in casi simili a questi, di “effetto-sostituzione”, quando cioè le imposte alterano i prezzi relativi (salario, tasso di interesse, ecc.) che si determinerebbero in assenza di imposta, inducendo il contribuente a sostituire l’attività o il bene tassato con quello non tassato o comunque tassato meno.

 

Ciò che vorrei sostenere oggi è che non è soltanto l’economia privata a risentire di una eccessiva tassazione. Anche il sistema pubblico infatti può subire contraccolpi negativi da una pressione fiscale troppo elevata. Secondo Dario Stevanato, ordinario di Diritto tributario all’Università di Trieste e autore per il Mulino del saggio “La giustificazione sociale dell’imposta”, i nostri padri costituenti erano consapevoli di ciò. Si prenda infatti l’articolo 53 della Costituzione, quello in cui si legge che “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”. Per Stevanato “il significato più pregnante della formula racchiusa nell’articolo 53 non risiede, come si potrebbe a prima vista ritenere, nel dovere di contribuzione dei consociati e nel riconoscimento dello speculare potere statale di imporre e prelevare tributi”, perché “tali elementi (potere pubblico di imposizione e dovere privato di sottostarvi) costituiscono infatti una prerogativa ‘originaria’, implicita nel concetto stesso di Stato, e imprescindibile in ogni moderna collettività organizzata che non voglia o non sia in grado di far pagare i costi dell’organizzazione pubblica a soggetti estranei alla comunità, attraverso saccheggi, requisizioni, bottini di guerra, eccetera”. Per Stevanato la previsione costituzionale del dovere contributivo assume “un ulteriore e più incisivo significato” perché si collega alla “previsione di un limite costituzionale al potere pubblico di imposizione, limite da individuarsi nella effettiva ‘capacità contributiva’ dei singoli, baluardo contro un esercizio arbitrario e non consentito del prelievo fiscale”.

 

Questa lettura dell’articolo 53 della Costituzione è ben diversa da quella che tende a rimuovere il limite della “capacità contributiva” e che riduce questo riferimento “a mera specificazione del principio di uguaglianza”. Secondo questa seconda scuola di pensiero, infatti, il dovere costituzionale di contribuzione, espressione di quelli di solidarietà e proiezione dell’articolo 2 della Costituzione avrebbe carattere preminente rispetto ai diritti economici dei privati. Dunque un vincolo costituzionale alla tassazione sarebbe impossibile da stabilire. Una visione spesso fondata sull’idea che non esisterebbe alcun diritto proprietario individuale che prescinda da quanto le leggi fiscali stabiliscono di attribuire al singolo, e che la stessa proprietà privata sarebbe un concetto solamente convenzionale e sostanzialmente illusorio. Tuttavia non basta pensarla all’opposto, e cioè ritenere che il potere il potere di imposizione fiscale non sia illimitato, per uscire da una disquisizione che rischia di diventare solo ideologica e non offrire basi giuridiche a un limite quantitativo alla tassazione.

 

E’ più producente, piuttosto, muovere dalla considerazione degli effetti distorsivi di una eccessiva tassazione anche per l’organizzazione collettiva che è lo Stato e il contratto che la regola, vale a dire la Costituzione. La pressione fiscale non può infatti diventare una “variabile dipendente” della spesa pubblica, come aveva intuito l’economista Antonio De Viti De Marco vissuto tra il 1859 e il 1943. E’ l’entità della spesa a essere condizionata dalle entrate e non viceversa: “Questa verità, ovvia nel bilancio dei privati, trova una apparente eccezione nel bilancio statale, per il quale vige il principio che prima si votano le spese, e poi si provvede alle entrate. Ma questo principio ha un valore meramente formale e di procedura parlamentare. Infatti il bilancio dello Stato, nei paesi moderni a regime rappresentativo, è un derivato dei bilanci privati dei cittadini, con cui si integra (…). Il principio secondo il quale la deliberazione delle spese precede quella delle entrate ha potuto essere esagerato e travisato nei paesi in cui il gruppo governante ha avuto interesse di escludere o di indebolire il sindacato dei contribuenti, tendente a ridurre le spese”.

 

[**Video_box_2**]Così parlò De Viti De Marco. Sfidando questa vera e propria legge di gravità della finanza pubblica, e continuando ad elevare il livello di imposizione fiscale, non solo si danneggiano i diritti dei privati, ma si nuoce alla creazione di quel prodotto economico-sociale suscettibile di ripartizione attraverso le tasse. In questo modo alla lunga, dopo aver massimizzato il gettito nel breve periodo, si tradisce in realtà il principio di solidarietà con le future generazioni. Da qui la conclusione molto efficace di Stevanato: “La prospettiva conflittuale pubblico-privato, spesso evocata nei dibattiti sui limiti all’imposizione fiscale, va dunque ricomposta: la fissazione di un limite è opportuna e necessaria non soltanto a tutela dell’economia privata, onde evitare una strisciante collettivizzazione dei mezzi di produzione e un vulnus ai diritti economici di privati, quanto proprio nella prospettiva dei ‘diritti sociali’ e dell’azione pubblica redistributrice dello stato. Per attuare ogni programma di spesa, connotato o meno in senso sociale, occorrono risorse che è compito dei privati produrre, dunque occorre evitare l’inaridimento della fonte; si potrebbe dire che, oltre certi limiti, l’imposta uccide l’imposta, in quanto un prelievo sproporzionato per eccesso rispetto alle obiettive capacità di sostenerne il peso mette a repentaglio il gettito futuro”.

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