Truppe brescian-bergamasche schierate in Ubi, primo test del dopo Bazoli

Dinastie in mostra. Le città lombarde rivali s'avvicineranno se la banca (sottocosto) finisce sotto assedio?

 

 

Truppe brescian-bergamasche schierate in Ubi, primo test del dopo Bazoli

Roma. Nel profondo della Lombardia dell’acciaio, della chimica e delle banche, le antiche rivalità, spesso stereotipate, tra Brescia e Bergamo possono essere azzerate se a unire le città nemiche è l’esigenza di una mutua difesa da minacce esterne. Il Gruppo Unione di banche italiane (Ubi), il quarto istituto di credito italiano nato dall’unione tra la Popolare di Bergamo e la bresciana Banca Lombarda, cui si sono aggiunte altre realtà settentrionali richiamate negli anni dal dominus Giovanni Bazoli, è diventato pienamente contendibile da settembre in forza della trasformazione in società per azioni. Ubi è stata la prima di dieci banche interessate a recepire nello statuto la riforma del credito popolare imposta per decreto dal governo Renzi l’anno scorso.

 

L’abolizione del voto capitario (un azionista un voto) porta a contare le azioni piuttosto che “pesare” il prestigio dei soci; così bresciani e bergamaschi stanno allestendo gli schieramenti con due patti di sindacato distinti: mostrano i rispettivi campioni a vicenda in vista dell’assemblea del 2 aprile a Bergamo, dove si presenteranno le liste per il rinnovo del Consiglio di sorveglianza (15 posti, invece dei 23 precedenti). In queste settimane, come mai prima, sono emersi chiaramente sulla stampa i nomi, le famiglie, le referenze degli azionisti e i rispettivi padrini.

 

I bergamaschi a febbraio hanno suggellato il cosiddetto “patto dei mille”, soprattutto tra industriali, che comprende 65 azionisti in rappresentanza del 2,27 per cento dell’azionariato. Nel patto ci sono Alberto Bombassei (Brembo), la famiglia Zanetti, Pesenti (Italcementi), Roberto Sestini (Siad), Antonio Percassi, Domenico Bosatelli (Gewiss), Angelo Radici (Radici-Group), Miro Radici e Alberto Barcella (B.M. Industria Bergamasca Mobili). Il consiglio direttivo è composto da Angelo Radici, Sestini e Matteo Tiraboschi (vicepresidente di Brembo, genero di Bombassei). A guidare il patto è Emilio Zanetti, 85 anni, industriale e confindustriale, già presidente della Popolare di Bergamo e del Consiglio di gestione di Ubi.

 

I bresciani hanno invece risposto al richiamo di Giovanni Bazoli, 83 anni, che ha riunito, con innesti da Piemonte, Emilia, Veneto e Trentino, la vecchia alleanza del Banco di Brescia, l’ex Credito Agrario Bresciano facendone sfoggio sui giornali locali. La reunion di un vecchio mondo posato su relazioni dinastiche, d’affari, laiche e curiali, con 173 investitori che hanno sindacato l’11,9 per cento del capitale. I principali azionisti sono la Fondazione Banca del Monte di Lombardia (13,37 per cento del sindacato), la holding lussemburghese dei Beretta Upifra (8,35), il gruppo Fidanza (8) e il gruppo Lucchini (5,4). Ci sono le famiglie notabili: Folonari, Bossoni-Ambrosione, Polotti, Rampinelli, Camadini, Brunori, Bellini, Lanzani, Minelli, Moccagatta, Spada oltre a Romain Zaleski, amico di Bazoli. Alberto Folonari, cugino di Bazoli, è presidente del patto. Non è una compagine lineare: Spada non era vicino a Bazoli mentre Lucchini e Beretta sono sempre stati imprenditori laici che non hanno portato acqua al mulino della cattolica bianca di cui Bazoli è esponente (Beniamino Andreatta avrebbe voluto convincere l’amico Nanni a lasciare Intesa Sanpaolo per guidare l’Ulivo nel 1999). Gli azionisti laici sono uniti al momento dalla possibilità di poter decidere chi dà le carte per il rinnovo dei vertici, e Brescia vorrebbe imporsi. Tra gli azionisti c’è anche al Fondazione banca di Trento e Bolzano, ex Banco Ambrosiano, e il Gruppo San Lorenzo (Diocesi di Brescia). E’ da vedere se un’alleanza verrà suggellata o prevarranno le rivalità, e se la Fondazione Cuneo (conta per il 2,2) convergerà su Brescia.

 

[**Video_box_2**]Il titolo ha dimezzato il valore da gennaio a ieri (da 7 a 3,5 euro per azione) ed è più facilmente scalabile dai fondi azionisti (BlackRock, Vanguard, Silchester, Norges Bank ecc.) o da banche estere avendo perso l’occasione di fondersi con Banco Popolare per aumentare la stazza. Questa incertezza impensierisce alcuni rilevanti pattisti bresciani. Il patto di Brescia è anche una prima prova del dopo Bazoli. Bazoli è sotto la lente della Banca d’Italia per avere concordato con i bergamaschi di Zanetti la governance della banca a periodi alterni. Bazoli, ultra-ottentenne, non ha designato con chiarezza un delfino, e forse sarà Brescia a darglielo.

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