Miserie del neoliberismo

Una risposta (non anticapitalistica) al saggio di Mingardi sulla retorica anti mercatista
Miserie del neoliberismo

Sulle pagine del Foglio, e in un saggio in corso di pubblicazione sulla rivista Nuova Storia Contemporanea, Alberto Mingardi ha vivacemente polemizzato contro la “leggenda nera” costruita da quelli che egli chiama “i farisei della socialdemocrazia” e che accusa di non avere il coraggio di percepire la realtà quale essa è, e cioè che, proprio grazie al demonizzato neoliberismo, “tutti hanno guadagnato”.

 

Un perentorio j’accuse, quello di Mingardi. Il quale, però, chiude gli occhi di fronte a un fatto particolarmente significativo: che la “leggenda nera” di cui egli parla non è stata costruita dai “farisei della socialdemocrazia” , bensì da economisti e sociologi che – pur essendo energici sostenitori del capitalismo – hanno sentito il dovere morale di denunciare i tanti fenomeni negativi causati dalla rivoluzione dello Stato minimo. Fra i quali spiccano i nomi di Soros, Luttwak, Stieglitz, Rifkin, Sen, Krugman, Wollman, Reich, Tofler: tutti liberali. Ma, nello stesso tempo, tutti critici severissimi dei “fondamentalisti del mercato” e della versione americana del capitalismo. La quale – con le sue strabilianti innovazioni, comprese la deregulation e l’ingegneria finanziaria – avrebbe dovuto garantire stabilità e crescente benessere; per contro, quando, nel dicembre 2007, è scoppiata la bolla immobiliare e i prezzi delle case sono scesi bruscamente, c’è stato il crollo del sistema bancario e milioni di cittadini hanno perso la casa e persino il lavoro. Contemporaneamente, l’America, senza quasi rendersene conto, è passata dall’avere una economia di mercato all’essere una società di mercato. Il che ha indotto James Flynn a manifestare il timore che, avendo adottato il paradigma neoliberista, l’America corre un grave rischio : quello di girare le spalle ad Atene (la Città dell’umanesimo) e diventare una Cartagine (la Città del materialismo).

 

Evidentemente, qualcosa di profondamente sbagliato c’era nell’idea che lo stato doveva limitarsi a garantire il corretto funzionamento del libero mercato. Lo ha pubblicamente riconosciuto Alan Greespan, governatore della Federal reserve e sommo sacerdote della new economy. “Ho trovato una pecca – così si è espresso quando è stato chiamato dal Congresso degli Stati Uniti a deporre sulle cause della crisi finanziaria in atto – nel modello che consideravo la struttura di funzionamento cruciale che definiva come va il mondo. Proprio per questo sono rimasto sconvolto, poiché per oltre 40 anni ho creduto che vi fossero prove inconfutabili che il modello funzionasse eccezionalmente bene”.

 

In realtà , già nel 1987 Alvin Tofler – in un articolo apparso sul New York Times – aveva sottolineato l’estrema vulnerabilità del modello neoliberista così argomentando: “Costruire un unico sistema finanziario completamente aperto, con controlli ridotti al minimo è come costruire una superpetroliera priva di compartimenti stagni. Con adeguati divisori e sezioni di sicurezza , un grande sistema può sopravvivere al collasso di alcune sue parti. Senza di essi, una sola falla nello scafo può causare l’affondamento della petroliera”. Il che è esattamente ciò che è avvenuto. Giustamente, perciò, Joseph Stieglitz ha osservato che “l’unica sorpresa della crisi economica del 2008 è che abbia colto di sorpresa tante persone. Secondo alcuni osservatori si è trattato di un caso da manuale, che non solo era prevedibile, ma che era stato previsto. Un mondo autoregolato inondato di liquidità e con tassi d’interessi bassi, una bolla immobiliare globale e l’aumento sconsiderato della concessione dei mutui subprime costituivano una combinazione tossica . Se aggiungiamo il disavanzo fiscale e commerciale degli Stati Uniti e il corrispondente accumulo di ingenti riserve di dollari da parte della Cina – insomma una economia globale in pieno squilibrio – era chiaro che le cose stavano andando malissimo”. E ha precisato: “Ciò che differenzia questa crisi dalle molte che l’hanno preceduta nell’ultimo quarto di secolo, è che essa reca il marchio made in Usa”.

 

In effetti, la Grande recessione è iniziata negli Stati Uniti e di là, come un contagio, si è diffusa trascinando con sé gran parte dell’economia mondiale. Essa ha dimostrato l’assurdità tecnica del paradigma neoliberista. Una assurdità che lo stesso Stieglitz è stato fra i primi a denunciare, ricordando che i mercati, “ pur essendo il cuore pulsante di qualsiasi economia efficiente, da soli non possono funzionare”.

 

Ma il paradigma neoliberista è stato duramente criticato non solo per ragioni tecniche, ma anche e soprattutto per ragioni morali, avendo prodotto “una esplosione senza precedenti delle disuguaglianze di reddito” (Thomas Piketty). Infatti, mentre nel 1981 il Governo federale prelevava sino al 75 per cento dei redditi più elevati, a partire dal 1989 l’aliquota massima è passata al 33 per cento. Conseguenza ineluttabile: nel 2004, l’1 per cento più ricco degli Stati Uniti percepiva il 16 per cento del reddito totale nazionale , cioè il doppio di quella che percepiva nel 1980. Per questo, mentre la maggior parte dei paesi dell’Unione europea, presi individualmente, mostrano fra i 30 e i 35 punti dell’indice di Gini, gli Stati Uniti mostrano un valore superiore a 40. E non è stato sempre così. Nei tardi anni Settanta la disuguaglianza negli Stati Uniti raggiunse il suo punto più basso, circa 35 punti Gini.

 

E’ accaduto così che quello che Luttwak ha chiamato “il turbo capitalismo” ha generato, con pronto automatismo, disfunzioni sociali di tali dimensioni da indurre Soros a denunciare il paradigma neoliberista come una “minaccia” per le basi morali e istituzionali della “società aperta”. Basti pensare che esso ha generato una nuova classe: quella dei working poors , i quali, con la loro diffusa presenza, hanno smentito la comoda “teoria della goccia”, secondo la quale la ricchezza sarebbe scesa sino agli strati più bassi della società. Non solo ciò non è punto accaduto, ma è apparso una cosa a dir poco sconcertante e che Amartya Sen ha puntualmente documentato: la fame nel più ricco paese del mondo! In aggiunta, proprio a partire dal trionfo del paradigma neo-liberista, si è formato un vasto sottoproletariato caratterizzato da violenza, droga, analfabetismo e disgregazione familiare. Di qui una dei fenomeni più inquietanti dell’attuale società americana: la crescita ipertrofica del numero dei detenuti, passati da 500 mila a 2 milioni! Una cifra mostruosa, la quale, da sola, è sufficiente a dimostrare non solo l’iniquità del sistema tanto caro ai “fondamentalisti del mercato”, ma anche la sua intrinseca irrazionalità. Infatti, le risorse che lo Stato avrebbe potuto impiegare per ridurre l’area del degrado , sono state destinate alla gestione di un universo carcerario di proporzioni abnormi.

 

Ma la cosa più iniqua e irrazionale dell’attuale società americana – tutta centrata sul dogma secondo cui i tentativi dei governi di interferire sul funzionamento dei mercati riducono automaticamente e la qualità della vita e la libertà – è senz’altro il sistema sanitario, basato sul rifiuto ostinato del Welfare state socialdemocratico: ben 45 milioni di cittadini sono privi di assistenza medica, non avendo il denaro per stipulare una polizza di assicurazione.

 

[**Video_box_2**]Di fronte a tutto ciò, non può destare sorpresa alcuna che l’istituzionalizzazione del paradigma neo-liberista sia stata descritta come una “Judas Economy” da Wollman e Colmosca e che Rifkin abbia elogiato la socialdemocrazia a motivo del fatto che essa, con la sua azione riformatrice, è riuscita “a creare la più umana forma di capitalismo finora conosciuta”. Ciò è accaduto poiché i partiti dell’Internazionale socialista hanno tenuto sempre presente quanto il liberale Max Weber aveva osservato quasi un secolo fa, e cioè che “quando il mercato è abbandonato alla sua automaticità, esso conosce soltanto la dignità della cosa e non della persona, non doveri di fratellanza e di pietà, non relazioni umane originarie di cui le comunità personali siano portatrici. Questi costituiscono altrettanti ostacoli al libero sviluppo della nuda società di mercato”.

 

Il saggio di Alberto Mingardi, intitolato “Il neoliberismo è un feticcio agitato dalla politica immobile”, è stato pubblicato giovedì 18 febbraio ed è disponibile su www.ilfoglio.it

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