Renzi si gioca tutto in sei settimane: senza pil nel primo trimestre torna Lady Spread

I desiderata della Ragioneria di Stato: far partire la macchina per vendere in blocco Eni, Enel, Mps e Poste in mano al Mef e abbattere il debito
Renzi si gioca tutto in sei settimane: senza pil nel primo trimestre torna Lady Spread

Matteo Renzi (foto LaPresse)

Nelle prossime sei settimane il renzismo di governo si gioca la partita della sua vita politica. Circa quaranta giorni, quelli che mancano alla fine del primo trimestre del 2016, per capire se il pil è rimasto ancora al palo e certificare che il target di crescita fissato dalla legge di stabilità per l’anno appena iniziato, una crescita dell’1,6 per cento, è già “carta straccia”. L’allarme rosso è già scattato al Mef, il ministero dell’Economia e delle finanze, dopo la pubblicazione degli ultimi dati da parte dell’Istat: più 0,1 per cento il pil nell’ultimo trimestre del 2015 e un modesto più 0,7 nell’intero 2015. Cioè il  33 per cento in meno rispetto all’iniziale previsione del governo, che sperava di poter crescere dello 0,9 ed addirittura un meno 25 per cento se il raffronto viene fatto con l’ultima riprevisione dell’esecutivo Renzi dello scorso dicembre. Cioè di soli due mesi fa. Scostamenti che destabilizzano il rapporto con mercati ed investitori per un emittente con il più elevato stock di debito pubblico dell’eurozona e che vanta anche il più alto rapporto, Grecia esclusa, debito/pil della moneta unica.

 

Dopo le dichiarazioni dello scorso 22 gennaio del capo economista del Mef, Riccardo Barbieri, "sul 2015 pensiamo che il dato annuale verrà un po' più alto della media trimestrale e quindi si potrà centrare lo 0,9 per cento", e che per il 2016 "conta molto il punto di entrata, e pensiamo che il pil sia cresciuto a un tasso discreto nel quarto trimestre così da non dover rivedere il target dell’1,6 per cento”, al dicastero di Via XX settembre è scattata la macchina delle situazioni di emergenza.

 

La trattativa sulla flessibilità con la Commissione europea è ancora aperta e in caso di scostamenti delle grandezze di finanza pubblica tutti sanno che possono scattare le clausole di salvaguardia dei conti pubblici: una per tutte l’aumento dell’Iva dal 22 al 25 per cento. Ma soprattutto al Mef preoccupa la reazione dei mercati, quello che potrebbero decidere di fare gli investitori se anche nel primo trimestre del 2016, come appare ora più probabile, la crescita resterà piatta o registrerà un altro più 0,1 per cento certificando così l’irraggiungibilità dell’obiettivo dell’1,6 per cento per fine anno. E stravolgendo tutti i ratio della finanza pubblica italiana, incluso quello più noto: il rapporto deficit pubblico sul pil. Senza contare che con un pil che cresce meno dell’1 per cento anziché dell’1,6 per cento la pressione fiscale sul pil a fine 2016 sarebbe in crescita e non in diminuzione come serve a Renzi per caratterizzare il nuovo Pd. Lady Spread, in questo quadro, si rimetterebbe in moto e, nonostante l’attivismo della Bce, riallargherebbe il premio del rischio sui Btp italiani.


[**Video_box_2**]Cosa fare per mandare alla Commissione e ai mercati il segnale tranquillizzante? Al Mef sono convinti che questa volta sia fondamentale dare un segnale vero che lo stock di debito pubblico scenda. Le azioni quotate in Borsa possedute ancora dallo stato via il Mef sono nel mirino. Enel, 25,50 per cento, Eni (4,34), Poste (circa il 65), Snam (3,9), Mps (circa il 5), potrebbero finire in blocco ad un fondo dei fondi creato e posseduto dalle casse di previdenza e dai fondi pensione. Nessun aiuto di stato, quindi, ma una privatizzazione finale che salvaguardia l’italianità delle società ed evita il ricorso alla solita Cassa depositi e prestiti, svenatasi con l’operazione Saipem. Non una operazione alla polacca di “esproprio” degli attivi di casse previdenziali e fondi pensione per convertirli in Btp, ma una sorta di investimento nel made in Italy dei lavoratori italiani. Magari piazzando, anche in anticipo sulla quotazione futura quotazione, tante azioni di Fs ed Enav nello stesso veicolo. Dalle slide ai fatti, dunque. Senza crescita il renzismo di governo non ha molte alternative: o veste i panni della Thatcher oppure lo spread lo disarciona.

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