La riserva del renzismo. Così Bini Smaghi avverte e consiglia

Per il presidente di Société Générale e Snam bisogna battere meno i pugni sul tavolo per una questione magari fondata nel principio ma impossibile da ottenere nel concreto come il superamento dell’asse franco-tedesco
La riserva del renzismo. Così Bini Smaghi avverte e consiglia

Lorenzo Bini Smaghi (foto LaPresse)

"E’ illusorio pensare di fare sponda con la Francia in chiave antitedesca", dice al Foglio Lorenzo Bini Smaghi, presidente di Société Générale e della Snam, esperto di cose comunitarie dopo essere stato dal 2005 al 2011 nel comitato esecutivo della Banca centrale europea. “Chiunque sia all’Eliseo e alla cancelleria, e qualsiasi siano i partiti al governo, Francia e Germania hanno una struttura di consultazione permanente e collaudata; gli sherpa lavorano su singole e mirate questioni, dalla politica fiscale a quella economica fino alle Banche centrali. I governatori e i ministri si consultano abitualmente e familiarmente. Talvolta possono essere in disaccordo, prevalentemente politico, ma l’obiettivo strategico resta sempre di convergenza. L’Italia aveva cominciato a dotarsi di rapporti di questo tipo, che sarebbe utile ricostruire”.

 

Quello di battere meno i pugni sul tavolo per una questione magari fondata nel principio ma impossibile da ottenere nel concreto come il superamento dell’asse franco-tedesco, cercando invece di ricostruire una partnership su tutti i dossier con Berlino e Parigi, non è l’unico consiglio che Bini Smaghi darebbe a Matteo Renzi mentre inizia oggi a Bruxelles il Consiglio dei capi di governo che ha al centro la “Brexit”, il negoziato per impedire l’uscita dalla Ue del Regno Unito. C’è anche il suggerimento a tener duro sul bail-in, il meccanismo di risoluzione delle crisi bancarie che ora coinvolge azionisti e obbligazionisti in luogo del salvataggio pubblico: “Ebbene, si tratta di una questione essenzialmente politica. In Italia c’è un filone di pensiero, direi non del governo, che quasi vuol fare credere che si possano salvare le banche, i loro azionisti e i creditori, come per intervento divino. Le parole magiche sono ‘piccoli’ e ‘risparmiatori’. Bisognerebbe aggiungere, ma ce ne dimentichiamo, che l’alternativa è solo di far pagare il conto a tutti i contribuenti”, prosegue Bini Smaghi ben sapendo che accanto alla demagogia sul “risparmio tradito” c’è in Italia tutto un filone accademico che del bail-in invoca una moratoria, e anche il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco chiede di approfittare della revisione prevista fra tre anni; mentre il Parlamento ha approvato quattro mozioni (una del Pd) che sollecitano modifiche.

 

Ma secondo il banchiere e manager fiorentino proprio la ricerca di popolarità e di “aggiustamenti” nel paese con i maggiori depositi d’Europa – e la più alta ignoranza sugli stessi – va contro non agli interessi delle banche (alle quali fa invece comodo farsi salvare dai governi) ma dei cittadini. “Infatti dopo i salvataggi bancari attuati in America nel 2008, e quelli successivi fatti in Europa, il ricorso ai denari degli stati non viene più accettato dalle opinioni pubbliche. E’ una grande questione di principio, forse il lascito più rilevante post Lehman Brothers, che sta fortemente orientando i decisori politici. Quindi si possono certo trovare migliorie e usufruire delle verifiche nel rodaggio, ma sul principio non credo che si tornerà indietro, appunto perché nasce dentro le opinioni pubbliche. Più che fare demagogia, bisogna prendersi le responsabilità”. E’ del resto la tesi sostenuta anche da Mario Draghi il 15 febbraio davanti al Parlamento europeo, e fin qui Renzi e il vertice del governo non  hanno mostrato oscillazioni, proseguendo sulla via delle riforme bancarie. Però le opinioni espresse al Foglio da Bini Smaghi – in linea con una certa eterodossia dei suoi commenti sul Corriere della Sera (esempio, la negazione che la politica europea degli ultimi tempi sia davvero prigioniera dell’austerity) – possono stimolare interesse e curiosità anche per altri motivi. Collegati, diciamo, al potere.

 

Infatti sugli schermi radar dei power watcher del renzismo, proprio il suo doppio e gentilizio cognome compare sempre più frequentemente. E quel cognome è per di più la quintessenza della fiorentinità: Lorenzo Bini Smaghi, figlio di Bino e Maria Carla Mazzei, padre di Corso e Laudomia. Quanto di più gigliato, benché il ramo Smaghi della famiglia abbia origine tra Montepulciano e Città della Pieve, insomma suggestioni dantesche e merli ghibellini ieri, oggi epicentro delle banche borghigiane commissariate e di casse cooperative alle quali la riforma dovrebbe concedere l’autonomia sottraendole alla holding modello Crédit Agricole. Tra queste Chianti Banca e Bcc di Pistoia e area pratese che, fuse, dovrebbero chiamare alla presidenza proprio LBS, come lui si firma. Ma questo è solo un brano del (possibile) copione. Infatti già nel febbraio 2014, alla formazione del governo Renzi, si era parlato sui giornaloni di Bini Smaghi ministro dell’Economia; e poi ancora un anno dopo, previa elezione al Quirinale di Pier Carlo Padoan. Ora che nel 2017 si avvicina la scadenza del primo mandato di Ignazio Visco alla Banca d’Italia c’è chi specula su un arrivo di LBS in Via Nazionale, con endorsement renziano, evento per così dire traumatico per chi in Banca d’Italia custodisce la continuità o la sacralità della successione interna, la cui ragion d’essere è essenzialmente individuata nei compiti di vigilanza interna di sistema. L’interessato pare proprio che non sia tale.

 

Chi davvero lo conosce, giura che dopo quasi trent’anni da civil servant – cinque in Banca d’Italia; sei a capo dell’Ufficio italiano cambi; quindi all’Istituto monetario europeo nella fase di avvicinamento all’euro; sette da direttore dei rapporti internazionali del ministero dell’Economia dove fu appunto sherpa con francesi e tedeschi; da lì alla Bce – ora sia assai soddisfatto di lavorare nel privato. Ma al di là delle volontà dei singoli c’è poi il fatto che certe chiamate (vedi appunto Draghi in Banca d’Italia) non si possono rifiutare e non si rifiutano. Mentre se ci si punta (vedi Vittorio Grilli) poi si rimane vittime di una scelta che comporta il concorso del capo del governo, del Quirinale, di Via XX Settembre e dell’opposizione.

 

Di certo, per quanto risulta al Foglio, oggi un dossier Bini Smaghi non esiste. Altrettanto vero però è che LBS solleva curiosità e, a seconda dei casi, timori. Lo spirito di rivalsa per aver dovuto lasciare anzitempo il board della Bce è ormai ammortizzato: si trattava come è noto della successione di Draghi a Jean-Claude Trichet, la Francia restava senza rappresentante, Silvio Berlusconi impose a Bini Smaghi le dimissioni, formalmente non dovute, Giulio Tremonti aveva con lui un eccellente rapporto (rimasto). La Snam è un’ottima presidenza, benché pure quella transeunte, e  Société Générale è la seconda banca della Francia con buona memoria.

 

[**Video_box_2**]Soprattutto però di LBS c’è il renzismo morbido e non ultrà, specie sull’Europa e sulla Germania, il che ne fa una sorta di riserva del premier. Leopoldino della prima Leopolda, frequentatore del capo del governo anche attraverso la moglie, l’economista Veronica De Romanis, che Renzi volle nel suo primo staff di consiglieri, pure autrice de “Il metodo Merkel. Il pragmatismo alla guida dell’Europa”, biografia della cancelliera all’epoca (2009) lungimirante e, alle nostre latitudini, controcorrente. Sul Corriere della Sera del 19 gennaio, mentre Renzi rilanciava la campagna anti-austerity, Bini Smaghi lo ha smentito dati alla mano: l’attivo primario dell’area euro, cioè i saldi dei bilanci pubblici al netto degli interessi, si riduce di 0,3 punti rivelando una fase espansiva; e ancora più in Italia dove il surplus è sceso di quasi un punto in due anni, ed anche in Germania, per non parlare della Francia in deficit cronico. Ha co-firmato un appello a non fare, nel summit di oggi, le concessioni alla Gran Bretagna proposte dal presidente polacco del Consiglio europeo Donald Tusk “per non aprire la porta a futuri ricatti da parte di altri paesi”. Non il rigorismo tedesco ma neppure il movimentismo renziano: per dirla con LBS, “al Jobs Act bisogna far seguire vere riforme nella Pubblica amministrazione, nella concorrenza, nella giustizia. Anche guardando alla Germania: di sicuro un paese efficiente”.

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