Il Jobs Act è utile, ma del lavoro si misuri anche la “qualità”. Parola di Ocse

La polemica sulla “quantità” di posti creati, con questo pil, è sterile. L’Italia è indietro su altro, e non da oggi.
Il Jobs Act è utile, ma del lavoro si misuri anche la “qualità”. Parola di Ocse

Foto LaPresse

Da diversi mesi intorno al Jobs Act si sta giocando una battaglia di numeri per decretarne il successo o il fallimento: basta un segno più in un mese per gridare al successo o all’opposto un segno meno per additarne il fallimento.

 

Una valutazione attenta ha bisogno di tempo e, se la vorremo fare seriamente, dovrà andare oltre il mero numero di nuovi posti di lavoro creati. La “quantità” di posti di lavoro creati dipende principalmente da fattori macroeconomici su cui il Jobs Act interviene solo indirettamente. Solo se l’economia riparte le imprese saranno disposte ad assumere nuovo personale e, con il nuovo contratto a tutele crescenti, offrire opportunità di lavoro più stabili incentivati in questo anche dai generosi contributi. La vera sfida del Jobs Act è infatti quella di promuovere non solo più ma migliori opportunità di lavoro.

 

La qualità del lavoro è una questione che tocca tutti i lavoratori che dedicano una parte importante della loro vita al lavoro. Ma se è facile contare i posti di lavoro ben più complicato è valutarne la loro qualità. L’Ocse ha recentemente sviluppato un approccio basato su tre dimensioni: la qualità delle remunerazioni (la media ma anche loro distribuzione tra i lavoratori), la protezione nel mercato del lavoro (intesa come la probabilità di perdere un posto di lavoro e nel caso ricevere un sussidio per attutirne il colpo) e la qualità dell’ambiente di lavoro, cioè gli aspetti non economici come la natura e il contenuto del lavoro svolto, gli orari e le relazioni sul posto di lavoro.

 

I risultati per l’Italia negli anni subito precedenti l’introduzione del Jobs Act non sono incoraggianti: la qualità del lavoro in Italia è bassa, al di sotto della media Ocse, in particolare per quanto riguarda la sicurezza sul mercato del lavoro e la qualità dell’ambiente di lavoro. In termini di qualità delle remunerazioni l’Italia è nella media: nonostante i salari medi siano inferiori alla media Ocse a parità di potere d’acquisto, le disuguaglianze nella distribuzione dei salari sono meno marcate che in molti altri paesi. I due elementi insieme permettono di posizionare l’Italia nel gruppo di mezzo, lontana dai paesi scandinavi, ma anche dai paesi dell’est Europa.

 

Il problema più importante è invece quello della protezione nel mercato del lavoro. L’Italia è terzultima, subito dopo Grecia e Spagna: l’insicurezza deriva da una probabilità relativamente elevata di perdere il posto di lavoro e non ritrovarne un altro rapidamente e da un sistema di sostegno al reddito per i disoccupati ancora parziale. L’elevata insicurezza riflette soprattutto il dualismo del mercato del lavoro italiano, cioè lo scarto che esiste tra lavoratori con contratto a tempo indeterminato e gli altri. Nel diritto del lavoro italiano il contratto a tempo indeterminato è descritto come la “figura tipica del contratto” di lavoro subordinato. Nei fatti circa due terzi dei nuovi contratti (nuovi rapporti di lavoro o trasformazioni) sono assunzioni a termine cui, con il dualismo attuale, si associano rischi più alti e coperture previdenziali più basse.

 

Anche in termini di qualità dell’ambiente di lavoro l’Italia rimane nella parte bassa della classifica dei paesi Ocse. Oltre a Grecia e Spagna, l’Italia fa meglio solo di alcuni paesi dell’est Europa: quasi la metà dei lavoratori italiani è “sotto pressione”, cioè con ritmi di lavoro e rischi per la salute non compensati dal livello di autonomia e sostegno che ricevono sul posto di lavoro.

 

 

[**Video_box_2**]Politiche attive, tra protezione e produttività

 

La crisi ovviamente non ha migliorato la situazione: la qualità dei salari è scesa, il grado di protezione è peggiorato sensibilmente (l’Italia era a due terzi della classifica Ocse nel 2007, è ora terzultima), mentre la qualità dell’ambiente di lavoro è migliorata leggermente in parte a causa del fatto che con la crisi i posti di lavoro maggiormente “sotto pressione” sono andati persi con un effetto meccanico sulla media generale.

 

Il Jobs Act, e prima di esso le norme della Fornero e di Giovannini, vanno nella direzione giusta almeno sulla carta (per i risultati concreti aspettiamo i dati): il contratto a tutele crescenti accompagnato da generosi incentivi e dal riordino delle figure contrattuali incentiva le imprese a usare davvero il contratto a tempo indeterminato come “figura tipica”. Il riordino dei sussidi di disoccupazione e la loro estensione ai lavoratori parasubordinati dovrebbe aumentare la protezione dei lavoratori che perdono il posto di lavoro. Infine le norme sulla maternità e la flessibilità di telelavoro, congedi parentali o ancora quelle in legge di Stabilità sul welfare aziendale dovrebbero aiutare a migliorare la qualità dell’ambiente lavorativo.

 

La direzione imboccata con i recenti interventi legislativi è quella giusta, ma il cammino da fare resta lungo. La crescita della produttività italiana, dopo praticamente tre lustri di stasi, continua a essere anemica. E se non c’è produttività non solo non c’è crescita del pil ma nemmeno salari in crescita e spinta ai consumi e all’investimento delle famiglie. In materia di protezione sul mercato del lavoro, il funzionamento dell’Anpal, la nuova agenzia per le politiche attive sarà fondamentale. Per molti lavoratori, il dramma non è solo o tanto perdere un lavoro, ma soprattutto non ritrovarlo in tempi brevi. Rimane da vedere se questa riorganizzazione sarà sufficiente e se, stante le norme del Titolo V della Costituzione, possa davvero portare a standard elevati in tutte le regioni. Infine, le norme su contrasto al nero, maternità, congedi parentali e welfare aziendale sono più facili da scrivere che da applicare.

 

Le sfide sul futuro del mercato del lavoro italiano non si giocano solo sulla quantità di posti di lavoro (su cui comunque abbiamo moltissimo da fare) ma anche sulla loro qualità. L’analisi dell’Ocse mostra che i due aspetti vanno insieme: i paesi che fanno relativamente bene in termine di qualità sono anche quelli con i tassi di occupazione più elevati. La priorità assoluta ora è rendere le norme degli ultimi anni realtà, su tutto il territorio nazionale.

 

 

Stefano Scarpetta e Andrea Garnero. Ocse, Direzione per l’Occupazione, il lavoro e gli affari sociali

 

Qui potete trovare maggiori informazioni e tutti i dati completi disponibili

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