Deutsche Bank è la nuova Lehman? Forse sì e potrebbe farci molto comodo

Così la principale banca del grande moralizzatore d’Europa è finita in così tanti scandali
Deutsche Bank è la nuova Lehman? Forse sì e potrebbe farci molto comodo

Promemoria: l’ultima volta che una grossa banca ha dovuto difendere pubblicamente il suo livello di liquidità il risultato fu un disastro da migliaia di miliardi. Deutsche Bank la scorsa settimana, con appositi comunicati, ha fatto sapere di avere i soldi per ripagare le obbligazioni in scadenza nel 2016 e 2017 e che intanto riacquisterà 5 miliardi di suoi bond già nei prossimi giorni (buy-back). L’intento è quello di recuperare la fiducia dei mercati. Per quelli di zerohedge.com, sito che da anni coltiva dubbi sullo stato di salute del primo gruppo bancario tedesco, è invece un «brutto segno» e si chiede: «Deutsche Bank è la nuova Lehman Brothers?». La risposta non esiste, ma la domanda non è malposta [1].

 

Persino la paludata Frankfurter Allgemeine Zeitung c’è andata giù duro: «Cosa si deve pensare di una banca che è costretta a promettere ai clienti e agli investitori di essere in grado di ripagare i debiti? Non sono più soltanto i clienti di un paio di banche greche che si stanno facendo queste domande toste, ma i clienti di Deutsche Bank» [2].

 

Dall’inizio dell’anno la prima banca della prima economia dell’area euro, ha perso oltre il 30% alla Borsa di Francoforte, il 45% negli ultimi 12 mesi, passando da un valore di 40 miliardi a poco più di 20. Le assicurazioni che coprono la sua insolvenza – i cds – iniziano ad avere premi esorbitanti (gli stessi che servono per assicurare il debito pubblico del Messico, per capirsi). Segnali di sfiducia si vedono anche sul mercato secondario: venerdì un’obbligazione subordinata con scadenza 2025 e rendimento al 2,75% veniva scambiata a quota 81 (era a 98 a dicembre, a 90 due settimane fa); un bond simile di Intesa (scadenza 2025 e rendimento al 2,85%) quotava 95 [3].

 

Mastrobuoni: «Con quegli occhi tristi e la sobrietà semi-penitenziale, John Cryan sembrava l’Enrico Bondi dei tedeschi, sette mesi fa. Approdato ai vertici di Deutsche Bank, si era messo le mani nei radi capelli e aveva cominciato a rivoltare un colosso uscito con i piedi di argilla da anni di scandali e gestioni spericolate. Ma dinanzi all’attuale ecatombe sui listini forse Cryan ha promesso “too little, too late”. Troppo poco e troppo tardi» [2].

 

Sicuramente il titolo sconta l’isteria che ha investito tutti i mercati finanziari. Ma Deutsche Bank è così esposta sui quei mercati che le basta una perdita del 7,2% sui suoi investimenti per azzerare l’intero patrimonio totale di 68,8 miliardi di euro. Perché, nel bene e nel male, questa non è un’azienda simile alle sue concorrenti italiane, francesi o spagnole. Funziona in modo diverso. Non ha un prevalente portafoglio di prestiti a imprese fatte di macchine e mattoni, o a famiglie che comprano casa. Ha un bilancio di 1.700 miliardi di cui quasi mille in attività puramente finanziarie, di cui solo 71 «disponibili per la vendita» immediata; il resto, incluso un pacchetto da 570 miliardi di derivati, è valutato in tutto o in parte dalla banca stessa. Non ci sono prezzi pubblici sul mercato per quelle posizioni, solo complessi «modelli interni» dell’istituto. La Bce per due volte ha esaminato Deutsche Bank con gli stress test e ha deciso che anche nei peggiori scenari aveva zero deficit di capitale; oggi il mercato pare invece dire che a quei «modelli» crede poco [4].

 

A partire dal 2012 Deutsche Bank ha pagato multe per 11,2 miliardi. Quella più grossa è per lo scandalo Libor, in cui la banca tedesca è stata accusata di manipolare a suo vantaggio i tassi di cambio: 1,7 miliardi per chiudere la partita in Europa, 2,1 miliardi per Washington e Londra. Al netto delle cause ancora in corso, ha già preso una multa nel 2011 sui mutui subprime (150 milioni); un’altra per aver nascosto perdite per oltre un miliardo (55 milioni) e un’altra ancora per aver operato con Paesi sotto embargo (258 milioni). Ci sono poi le inchieste in casa per evasione e riciclaggio; una in Svizzera per aver truccato il mercato dei metalli preziosi; indagini per riciclaggio nella sede di Mosca e una class action negli Stati Uniti per un software per truccare il mercato delle valute. Pure in Italia Deutsche è indagata per il derivato Santorini stipulato con Mps. Credit Suisse, per dire, pensa che nel 2016 arriveranno sanzioni per altri 4,7 miliardi [1].

 

Ma come è possibile che la principale banca del grande moralizzatore d’Europa sia finita in così tanti scandali? Per capire occorre fare un salto nel tempo fino alla metà degli anni Novanta, a Londra. A parlare è Bruno Livraghi, il più importante trader italiano della City: «Le banche d’investimento americane dominavano la scena incontrastate mentre quelle tedesche erano totalmente marginali, molto meno presenti perfino delle francesi e giapponesi, per non parlare di quelle svizzere. Il 1995 segna l’anno della svolta: Deutsche decide di conquistare fette di mercato e lo fa in grande stile. Inizia ad assumere decine di bankers concorrenti a suon di milioni, sembrava il Manchester City nel calcio odierno. Una volta assunti i migliori talenti – o presunti tali – inizia a comprare spazi sul mercato, il mantra è “dobbiamo entrare in tutte le transazioni finanziarie rilevanti”. E DB, forte di un rating AAA, forniva i migliori prezzi della street: come dire?, non c’era competizione, se c’era DB l’operazione era loro. Come se non bastasse, quando sul finire del secolo il gruppo approda con le stesse modalità a New York, DB entra ufficialmente nell’Olimpo dell’alta finanza» [5].

 

Il mantra era la conquista di fette di mercato soprattutto nel settore dei prodotti derivati. La convinzione si basava sull’assunto che il mercato dei derivati fosse il bacino d’estrazione più prolifico per le banche – e senz’altro lo era – quindi più che mai era valida l’equazione maggiore quota di mercato uguale maggiore profitto. Ma c’è un rovescio della medaglia. Ancora Livraghi: «DB non disdegnava nessun tipo di operazione e iniziò ad essere molto aggressiva in un contesto in cui il sistema dei controlli e il risk management erano dominati da uomini di mercato, mentre il dipartimento legale faceva buon viso a cattivo gioco. Così, nell’arco di dieci anni, Deutsche Bank ha messo le mani anche su quasi tutte le operazioni più chiacchierate in Italia. Dai principali aumenti di capitale delle banche fino a operazioni più delicate come Parmalat, Monte dei Paschi, passando per Lodi ed Italease fino allo scandalo dei derivati delle pubbliche amministrazioni» [5].

 

Nella stragrande maggioranza dei casi ne uscì indenne dal punto di vista strettamente legale, ma il problema finì per diventare di strategia, non più di compliance. Livraghi: «Pensarono che la copertura dei clienti potesse avvenire con l’innovazione finanziaria e non con la conoscenza del contesto. Insomma guardarono solo al loro prodotto e meno al mercato sottostante. Per tornare al presente, a un certo punto DB inizia ad avere enormi problemi legali, paga multe miliardarie per la sua condotta vicino al limite e ogni anno deve, ancora oggi, accantonare considerevoli somme per pagare i conti di quel periodo. La grande esposizione lorda sui derivati (si è parlato spesso della cifra iperbolica di 52mila miliardi, venti volte il Pil tedesco, ndr) le si ritorce contro e diventa un bacino di estrazione per i tribunali» [5].

 

[**Video_box_2**]Chiedersi allora perché il primo istituto di un Paese così prudente somigli a uno hedge fund significa entrare in ciò che non funziona dell’unione bancaria in Europa. Fubini: «La Germania chiede riforme agli altri Paesi, ma sulle banche è indietro di decenni rispetto a Francia, Spagna o Italia, di anni sulla Grecia. Circa il 65% del mondo del credito tedesco è in mano pubblica, fra Volksbanken (popolari), Genossenschaften (cooperative) e Landesbanken (regionali). Questa foresta pietrificata è intrecciata alla politica locale e coperta da garanzie pubbliche per 492 miliardi di euro, a dati Eurostat. E non è chiaro perché sia riuscita a sottrarsi alla vigilanza della Bce quando in Francia, Grecia o Italia l’80% delle attività vi sono sottoposte. Né perché Bruxelles non prema per eliminare quelle (vecchie) garanzie, quando in altri Paesi un solo euro di nuovo aiuto pubblico fa scattare il colpo di falce sui risparmiatori. Soprattutto, non è chiaro cosa succede ora. Deutsche Bank è troppo grande per fallire senza innescare una catastrofe, le sue passività sono pari al 54% del Pil tedesco. È possibile che le dure regole volute da Schäuble sui salvataggi ora siano sospese. Si vedrà presto se in Europa c’è un sistema bancario più uguale degli altri» [4].

 

(a cura di Francesco Billi)

Note: [1] Carlo Di Foggia e Marco Palombi, il Fatto Quotidiano 10/2; [2] Tonia Mastrobuoni, la Repubblica 12/2; [3] www.eurotlx.com; [4] Federico Fubini, Corriere della Sera 12/2; [5] Sylvia Reschke, iDiavoli.com.

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