I colpi bassi tra Italia e Germania nella contesa commerciale in Russia

Dal North Stream alle banche: il confronto sotterraneo sull'asse Roma-Berlino
I colpi bassi tra Italia e Germania nella contesa commerciale in Russia

Roma. Dietro lo schermo delle sanzioni che l’Unione europea ha innalzato oramai da quasi due anni nei confronti della Russia – e che lo scorso dicembre sono state prorogate di altri sei mesi – si nasconde una guerra commerciale sotterranea tra Italia e Germania. Una battaglia fatta spesso di colpi bassi.

 

Complessi intrecci societari per costituire e far vivere joint venture, triangolazioni per consentire di non cadere sotto la scure delle restrizioni ai macchinari e prodotti dual use nei settori più delicati come quello della difesa. La cancellazione del progetto South Stream – con le relative commesse già vinte dalle società italiane come Saipem – per poi far virare il Cremlino sul raddoppio di un progetto tutto tedesco, il North Stream, è solo l’ultima delle mosse di Berlino. Per l’Italia la speranza è che la stessa Saipem (che ha visto l’ingresso nel capitale azionario del Fondo strategico italiano) possa rientrare in partita ottenendo da Gazprom (come sorta di compensazione) un nuovo contratto per il tubo del nord. Il commissario europea all’Energia, lo slovacco Maros Sefcovic, ha detto che il gasdotto russo-tedesco “non collima con gli obiettivi generali dell’Unione Energetica” e la commissione dovrà  analizzare il progetto nel dettaglio in quanto non può fare affidamento solo sulle informazioni delle autorità e dei media tedeschi e verificare che “rispetti in ogni elemento la legislazione comunitaria”.

 

La comunità imprenditoriale italiana attiva in Russia prova a tenere botta. Le circa 150 imprese che ne fanno parte macinano un giro di affari annuo di circa 22 miliardi. Il volume di ricavi che genera la Germania, che invece ne conta circa 4 mila di società, non è poi così lontano: quasi 48 miliardi. Non siamo poi così lontani, sostiene un uomo d’affari italiano presente da lungo tempo a Mosca. Segno che i russi alla fine preferiscono l’offerta industriale dell’Italia, dice. I settori più attivi sono la meccanica e i prodotti semilavorati (rispettivamente il 43 e il 20 per cento del totale delle importazioni russe dal nostro paese, secondo i più recenti dati Ice). C’è poi il sistema banche. Banca Intesa e Unicredit sono entrambe presenti rispettivamente con Banca Intesa Russia e con l’International Moscow Bank, la prima banca russa a operare sui mercati finanziari internazionali. Certo, gli effetti delle sanzioni si sentono. L’interscambio Italia/Russia nel dicembre 2015 è sceso del 21,4 per cento rispetto allo stesso periodo del 2014. Ma se guardiamo al solo export dell’Italia la percentuale di perdita sale al 30 per cento.

 

[**Video_box_2**]Ecco perché tutti aspettano con ansia la fine del regime sanzionatorio che potrebbe arrivare anche prima del previsto, ovvero già nell’estate/primavera del 2016. A tal proposito, la previsione della Direzione studi e ricerche di Intesa Sanpaolo è di un incremento del pil nel 2016 dello 0,5 per cento in Russia, dopo una contrazione nel 2015 del 3,5 per cento. Al recupero ciclico dovrebbe poi seguire una ripresa dell’interscambio, che il Fondo monetario internazionale nel 2016 prevede sopra l’1 per cento per il gruppo dei paesi della Comunità degli stati indipendenti, dopo una contrazione nel 2015 intorno al 30 per cento. Il mantra che imprenditori e diplomatici vanno ripetendo è quello del rispetto degli accordi di Minsk sulla sistemazione dell’Ucraina e dei territori contesi, ma è chiaro che il nodo ora è farsi trovare pronti quando le sanzioni spariranno. Appuntamento cruciale sarà il Forum economico di San Pietroburgo (il 16-18 giugno) dove ci si aspetta la presenza del premier italiano Matteo Renzi. La partita energetica sarà un tema cruciale. Dopo i difficili colloqui tra Roma e Berlino sul gasdotto del North Stream, il dialogo economico tra Roma e Mosca, invece, sembra passare dal riconoscimento reciproco che l’avvio di una nuova linea di collegamenti a sud (la ripresa di progetti sul solco del South Stream per intenderci, magari passando per la Bulgaria) è ancora possibile e vantaggioso per entrambe le controparti.

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