Banche, le responsabilità italiane e il sonno dell'Ue

Carte, parole e documenti che dimostrano quanto ha sonnecchiato l’Unione europea di fronte ai numeri sballati degli istituti di credito italiani.
Banche, le responsabilità italiane e il sonno dell'Ue

Foto LaPresse

Lo smemorato non è solo di Collegno, c’è anche a Bruxelles. Se le banche italiane sono piene di sofferenze, se a Roma hanno fatto il giochetto delle tre scimmie, allora l’Unione Europea quei crediti radioattivi li ha visti tardi e (an)notati con le lenti del burocrate, en passant, tra un parametro e l’altro. Non c’è bisogno della macchina del tempo di Herbert George Wells e della fantasia visionaria di Robert Zemeckis per andare nel passato. Basta fare un balzo indietro di quattro anni e ricostruire cosa dicevano al capitolo banche e credito le raccomandazioni date dal Consiglio dell’Unione Europea all’Italia negli anni dal 2011 al 2015. E’ una lettura istruttiva sulle relazioni tra noi e l’Europa, tra i nostri governi e le istituzioni comunitarie, i nostri ritardi e le altrui amnesie.

 

Vivere con lo spread. Nel 2011 l’Unione è finanziariamente a pezzi, il crollo del 2008 si è trasformato in una crisi acuta del debito sovrano, gli interessi sono stellari, l’Italia con il terzo debito pubblico del mondo è il sorvegliato speciale, il governo Berlusconi in agosto rivede la manovra quattro volte. Qualche settimana prima, il 12 luglio, il Consiglio prescrive la sua ricetta per il grande malato d’Europa, sono sette pagine di considerazioni che sfociano in sei punti finali di raccomandazione: attuare il risanamento finanziario, riformare il mercato del lavoro, riscrivere i contratti, aprire i servizi al mercato e alla concorrenza, migliorare gli investimenti in ricerca e innovazione, accelerare la spesa dei fondi per la crescita. Banche? Zero. E’ proprio in questo momento storico che nelle casse degli istituti di credito (già zavorrate da vecchi impegni – clientelari e non – ormai deteriorati) si accumulano i dossier sui prestiti che vagano verso una terra di nessuno. Vanno alla voce incagli, diventeranno sofferenze.

 

Il governo tecnico. Nel 2012 lo scenario è sempre di estrema fragilità. Il governo Berlusconi ha lasciato il posto al governo tecnico di Mario Monti che entra in carica il 16 novembre del 2011 e nel giro di un paio di mesi vara un duro pacchetto di interventi d’emergenza, tutti tesi a restaurare la fiducia e abbassare lo spread che sta divorando le casse dello Stato. Che cosa dice il Consiglio? Le raccomandazioni diventano sette: attuare la strategia di bilancio, fare la spending review e spendere i fondi europei per la crescita, combattere la disoccupazione giovanile e migliorare il rapporto tra formazione e impresa, continuare con l’applicazione e miglioramento della riforma del lavoro, accelerare con le liberalizzazioni, migliorare il quadro delle leggi per le imprese e facilitarne l’accesso agli investimenti per il capitale. Banche? Zero.

 

[**Video_box_2**]Change la dame! E’ il turno di Letta. Nel 2013 l’Italia va al voto anticipato. I partiti pensano di capitalizzare la pax finanziaria acquisita dal governo Monti che perde l’appoggio politico e si dimette il 21 dicembre 2012. Si vota il 13 febbraio 2013, esce dalle urne un surreale pareggio che diventa uno stallo parlamentare. L’elezione del presidente della Repubblica è uno psicodramma, i partiti in ginocchio chiedono a Giorgio Napolitano un inedito bis al Quirinale (dimenticheranno anche questo, tutti). Il Pd di Bersani naufraga sulla bislacca idea di un’alleanza con il Movimento 5Stelle, si entra nella comica fase dello “streaming” dei vertici del Pd con i pentastellati. Per evitare altri guai e tensioni sul mercato finanziario (lo spread è appena tornato su livelli accettabili) il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano consulta i partiti e inventa una grosse koalition all’italiana, le larghe intese, un governo sostenuto da Pd e Forza Italia con Enrico Letta presidente. L’8 luglio il Consiglio dell’Unione Europea mette nero su bianco le sue conclusioni sul piano economico dell’Italia. Le pagine diventano diciassette e qui, per la prima volta, al punto 14 delle considerazioni compare la parolina magica: “banche”. Ecco il passaggio chiave: “Tradizionalmente le banche svolgono in Italia un ruolo determinante nel sostegno dell’attività economica, specialmente tramite l’erogazione di prestiti alle piccole imprese, ma la protratta recessione economica ne ha indebolito la capacità in tal senso. L’acuirsi del rischio di credito, con un volume ingente, e in aumento, di prestiti in sofferenza, ha concorso alla contrazione dell’erogazione di prestiti e aggrava la scarsa redditività delle banche. In risposta a questo stato di cose, la Banca d’Italia ha avviato un programma di ispezioni in loco per valutare l’adeguatezza degli accantonamenti per perdite di valore dei crediti”. Questa premessa nelle raccomandazioni finali diventa al terzo punto un invito “a estendere buone pratiche di governo societario per l'intero settore bancario che sfocino in una maggiore efficienza e redditività, per sostenere il flusso del credito alle attività produttive; proseguire i lavori di controllo qualitativo delle attività in tutto il settore bancario e agevolare la risoluzione dei prestiti in sofferenza iscritti nel bilancio delle banche”. Da questo momento, luglio 2013, la questione delle sofferenze bancarie entra nell’agenda europea. Va in parallelo con la discussione sul bail-in che nel frattempo naviga nelle varie istituzioni: Bce e sistema delle banche centrali nazionali, Commissione Ue, Parlamento europeo, governi e assemblee nazionali. Ne discutono tutti, lo voteranno (quasi) tutti senza capirne le conseguenze, diventerà nel 2015 un figlio di nessuno.

 

Revolucion! Tocca a Renzi. Nel 2014 l’Italia si presenta all’appuntamento con il pagellone europeo con un altro governo. Matteo Renzi ha scalato il Pd, Letta è una soluzione politica superata dalla storia del suo partito, il rischiatutto del governo va in scena una sera di febbraio con un vertice al Quirinale: si cambia. Renzi il 22 febbraio del 2014 prende il posto di Letta a Palazzo Chigi con la formula del patto del Nazareno, stratega del nuovo esecutivo è ancora il presidente Napolitano. L’8 luglio il Consiglio dell’Unione Europea emette il suo verdetto e il dodicesimo punto delle considerazioni fa ancora un passaggio sulle sofferenze bancarie: “L'analisi mirata della qualità delle attività mirate condotta lo scorso anno sotto l'egida della Banca d’Italia rivela che è tuttora importante migliorare la gestione delle attività deteriorate e favorirne la liquidazione per rinvigorire la capacità delle banche di erogare più prestiti all’economia reale”. Raccomandazione? “Rafforzare la resilienza del settore bancario, garantendone la capacità di gestire e liquidare le attività deteriorate per rinvigorire l'erogazione di prestiti all'economia reale; promuovere l'accesso delle imprese, soprattutto di quelle di piccole e medie dimensioni, ai finanziamenti non bancari; continuare a promuovere e monitorare pratiche efficienti di governo societario in tutto il settore bancario, con particolare attenzione alle grandi banche cooperative (banche popolari) e al ruolo delle fondazioni, al fine di migliorare l'efficacia dell'intermediazione finanziaria”. Queste raccomandazioni arrivano durante il semestre di presidenza italiana dell’Ue (1 luglio – 31 dicembre), cioè quando il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan è il presidente dell’Ecofin.

 

Bail-in e crac. Renzi è da un anno al governo, la situazione di alcuni istituti di credito presenti sul territorio è già da Titanic e alla horror story dei consigli d’amministrazione delle banche popolari va messa la parola fine. Draghi preme per il riordino. Renzi a fine gennaio interviene per decreto sulle popolari. E le sofferenze? Bankitalia continua le ispezioni, ne emerge un quadro di pessima gestione degli incagli e delle sofferenze: il conto balza a 385 miliardi di euro, record nell’Eurozona. Il 14 luglio 2015 il Consiglio dell’Unione Europea mette nero su bianco le sue raccomandazioni e per la prima volta il problema emerge in maniera chiara: “Dalla fine del 2008 la quota dei crediti deteriorati del settore bancario italiano è aumentata vertiginosamente, principalmente in relazione alle esposizioni delle banche verso le imprese. Il tasso di riassorbimento delle attività deteriorate è stato finora troppo basso e limitata ne resta la liquidazione, in parte a causa del sottosviluppo del mercato italiano dei crediti deteriorati. Una recente normativa affronta le debolezze del governo societario delle maggiori banche cooperative (le banche popolari), mentre nell'aprile 2015 è stato raggiunto un accordo tra le fondazioni e le autorità italiane inteso tra l'altro a ridurre l'influenza delle fondazioni nel governo societario delle banche. Le piccole banche di credito cooperativo stanno attualmente preparando una riforma non vincolante del governo societario che dovrà essere successivamente attuata mediante legge. Sono necessarie ulteriori misure di ristrutturazione e consolidamento del settore bancario italiano per migliorare l'efficacia dell'intermediazione finanziaria e sostenere la ripresa dell'economia”. Traduzione: è un’emergenza. Conseguenze? “Introdurre entro la fine del 2015 misure vincolanti per risolvere le debolezze che permangono nel governo societario delle banche, dare attuazione alla riforma concordata delle fondazioni e adottare provvedimenti per accelerare la riduzione generalizzata dei crediti deteriorati”. Gong! La storia è tutta qui, nero su bianco: è suonata la sveglia. Con cinque anni di ritardo.

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