La retromarcia di Yellen convince (per poco) i mercati e sull'efficacia del Qe aumentano i dubbi

Abbastanza colomba da far capire che un rialzo dei tassi a marzo è quantomeno improbabile. Abbastanza falco da sostenere che la ripresa dell’economia è destinata a proseguire, assieme alla stabilizzazione del costo del denaro. Janet Yellen, davanti al Congresso, ha riconosciuto che gli effetti del cambio di rotta della Fed sono stati per i mercati più profondi e negativi del previsto.
La retromarcia di Yellen convince (per poco) i mercati e sull'efficacia del Qe aumentano i dubbi

Janet Yellen (foto LaPresse)

Milano. Abbastanza colomba da far capire che un rialzo dei tassi a marzo è quantomeno improbabile. Abbastanza falco da sostenere che, a detta della Fed, la ripresa dell’economia è destinata a proseguire, assieme alla stabilizzazione del costo del denaro. Janet Yellen, davanti al Congresso, ha riconosciuto che gli effetti del cambio di rotta della Fed sono stati per i mercati più profondi e negativi del previsto. Ma nonostante le violente escursioni dei mercati finanziari, ha aggiunto, “non è il caso di abbandonarsi a diagnosi premature. Non credo che sarà necessario ridurre di nuovo i tassi”. 

 

Le Borse occidentali hanno reagito con un rimbalzo alle parole di Yellen, anche se sono molteplici fattori concomitanti a interessare i listini, salvo poi perdere oggi all'inizio delle contrattazioni. Le Borse europee dopo diverse sedute di pesanti vendite sui titoli bancari hanno recuperato. Wall Street ha avuto un sussulto poco sopra la parità. Tuttavia questa mattina sono ricominciati i ribassi con Piazza Affari che azzera i guadagni della seduta precedente (meno 5 per cento) sulla scorta di una nuova debacle asiatica (Hong Kong meno 3,8). Yellen aveva indicato la debolezza cinese come un rischio chiave.

 

A Wall Street non è dispiaciuta la diagnosi della Banca centrale: gli indici, che dal primo gennaio hanno vissuto oscillazioni paurose, chiudono con un lieve ribasso. Ma dall’audizione non sono emerse le novità negative che molti temevano. La situazione economica non mostra quei segnali di stress che pure sarebbero giustificati dal crollo del settore finanziario e dalla fragilità del comparto oil. Insomma, di questi tempi, meglio accontentarsi, anche se i segnali macro giustificano una certa cautela. A partire dalla forbice tra il rendimento dei titoli a due anni e dei decennali. Una vecchia regola del mercato dice che quando la forbice tra il t bond 2 ed il 10 anni si restringe sotto i 100 pb comincia a soffiare il vento della recessione perché la resistenza del mercato ad assumere rischi a lungo termine segnala la frenata della congiuntura. Ebbene, ieri mattina la distanza è scesa sotto quota 100, come non accadeva dall’inizio del 2008. E gli esperti hanno collegato la frenata dei già deboli “animal spirits” americani al tremendo segnale arrivato da Tokyo: alla riduzione dei tassi decennali sotto quota zero, estremo tentativo di risvegliare la domanda dell’economia, il mercato ha risposto facendo scivolare sotto zero anche i rendimenti del decennale.

 

In entrambi i casi si ha la sensazione che l’effetto della politica monetaria cominci a essere meno efficace. Come nota Richard Koo, i tassi possono scendere, ma servono a poco se a nessuno viene voglia di prendere a prestito denaro e se tutti cercano invece di ripagare i debiti perché sono ancora terrorizzati dal 2008. Aggiungiamo che alle banche si chiede di prestare di più (con la pressione dei tassi negativi) ma anche di meno (con la pressione per ratio patrimoniali sempre più elevate). “A questo punto – scrive Alessandro Fugnoli – in un mondo normale, dovrebbero subentrare le politiche fiscali. I governi sono però paralizzati, si concedono solo piccoli sforamenti nella spesa ma non si sentono motivati a fare di più, almeno per il momento”.

 

[**Video_box_2**]In un certo senso, l’orribile avvio del 2016 borsistico ha segnato la fine della stagione del Quantitative easing, che pure resta l’unica arma a disposizione di Mario Draghi che ne farà ampio uso già nella prossima riunione della Bce. Il Qe non è riuscito a ottenere l’obiettivo più ambito: aumentare indirettamente la domanda aggregata dell’economia. Al contrario, gli acquisti di titoli di Stato da parte delle banche centrali sono riusciti a dare stabilità ai mercati, almeno fino a poche settimane fa. Guai se l’equilibrio si rompesse con esiti dirompenti per gli spread, ormai solo preda di flussi finanziari incontenibili. L’audizione di Janet Yellen ha, al proposito, segnato una tregua tra i mercati ed i propositi battaglieri della banca centrale fino a poche settimane fa decisa a proporre quattro aumenti dei tassi per il 2016. Anche la prossima mossa di Mario Draghi andrà nella stessa direzione. Ma nessuno, in attesa di novità sul fronte della fiscal policy assolutamente non previste, si aspetta una svolta: i tassi di mercato segnalano che, di questo passo, nel 2026 i tassi della zona euro saranno ancora ben al di sotto del 2 per cento obiettivo ufficiale della Bce. Insomma, il mondo che ancor annaspa nei parametri di Maastricht e sta prendendo atto del fallimento della logica del Fiscal Compact deve prendere atto che le arti del Qe, che pure hanno prodotto buoni risultati, sono sempre meno efficaci. E in assenza di una iniezione di idee, il rischio è che la recessione prossima ventura sia lo sbocco possibile delle contorsioni dei listini di inizio anno. 

 

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