Taranto burning

Il rischio di una maxi-ammuina all’Ilva che spaventa la città dell’acciaio
Taranto burning

Una delle manifestazioni dei lavoratori dell'Ilva di Taranto

Nella vicenda Ilva – che mercoledì ha visto in piazza a Taranto 3 mila persone e tutte le sigle sindacali, mentre alle 18 scadeva il termine delle offerte per rilevare gli impianti e tentare un (ignoto) rilancio – si frammentano alcune verità difficili da comporre in un quadro ottimista. Il primo frammento è la crisi siderurgica mondiale. Dei 18 maggiori paesi produttori, solo India e Polonia tengono i livelli di un anno fa. I paesi europei, per una volta d’accordo, protestano contro le pratiche anti concorrenziali della Cina, programmando un’inedita marcia su Bruxelles di ministri e di imprenditori. L’alleanza durerà poco viste le spaccature della stessa Europa sul riconoscimento a Pechino dello status di economia di mercato. In questa crisi globale, a livello locale esponenzialmente amplificata dai problemi ambientali e dalle iniziative giudiziarie, il governo ha fatto le capriole per offrire ai privati, in blocco o in parte, in vendita o in affitto, l’impianto di Taranto; sfidando l’Europa sugli aiuti di stato e schierando al solito la Cassa depositi e prestiti quale partner di minoranza di eventuali privati: tra i quali però non si intravvede nessuno con una “vocazione maggioritaria”, si passi la formula. Uniche aziende di stazza il gruppo Marcegaglia, che a Taranto non ha lasciato un buon ricordo, e  Arvedi. E poi Eusider di Costa Masnaga (Lecco).

 

Insomma, non proprio dei giganti della siderurgia tipo Posco. Unico manager vagamente interessato l’ex ad di Eni ed Enel Paolo Scaroni, ora a banca Rothschild. Lo stato non può rimettersi a produrre acciaio – chi lo dice ricordi i disastri di Bagnoli –  ma i capitani d’impresa latitano. La responsabilità è grave: affrontare la riduzione di un terzo dei 15 mila dipendenti, riconvertire il più grande altoforno d’Europa in impianti più piccoli, salvaguardare l’ambiente. Intanto, mentre le manifestazioni d’interesse sono scarse e – per quanto si sa – solo italiane, Taranto esplode: operai e fornitori dell’Ilva si mobilitano, mentre i commercianti abusivi di ferro accendono falò sui ponti per la città vecchia. Nella città e nella regione amministrate dalla sinistra “modello Tavoliere” è arduo anche trovare candidati per guidare la municipalizzata indebitata Amiu (nettezza urbana). Bisogna evitare di trasformare una – per quanto al momento vaga – mini-privatizzazione in una pericolosa maxi-ammuina.

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