Che cosa cambia con il Trans-pacific partnership

Il Trans-Pacific Partnership è stato ratificato oggi dai dodici paesi firmatari a Auckland, in Nuova Zelanda. Ecco alcune infografiche per capire cos'è e cosa implicherà.
Che cosa cambia con il Trans-pacific partnership

Foto LaPresse

Il Trans-Pacific Partnership è stato ratificato giovedì dai dodici paesi firmatari a Auckland, in Nuova Zelanda. Un evento di rilevanza economica mondiale: dopo sei anni di trattative e diciannove round di negoziati, il trattato – se sarà ratificato dagli stati aderenti – eliminerà le barriere commerciali tra alcune delle più importanti realtà economiche del mondo: Stati Uniti, Giappone, Canada, Australia, Nuova Zelanda, Messico, Cile, Perù, Singapore, Malesia, Vietnam e Brunei. Si creerà, in questo modo, un mercato unico costituito da più di 650 milioni di persone.

 

Secondo le proiezioni, il TPP potrebbe generare un aumento del giro d'affari per gli stati che lo hanno sottoscritto di circa 131 miliardi di dollari all'anno entro il 2030, secondo i calcoli fatti dal Peterson Institute for International Economics. Un incremento notevole per dei paesi che, insieme, già ora raggiungono il 40 per cento dell'economia mondiale.

 

L'accordo è stato fatto per rendere più facili i traffici commerciali tra i dodici paesi, riducendo la burocrazia frontaliera e limitando i dazi sia in entrata che in uscita della merce, eliminando quasi completamente la possibilità di sanzioni ed embarghi economici.

 

 

 

[**Video_box_2**]Il presidente americano, Barack Obama, ha comunicato in una nota dopo la firma dell'accordo che il Tpp “stabilisce nuovi e alti standard per il commercio e gli investimenti in una delle regioni del mondo più importanti e a più rapida crescita”. Ha aggiunto inoltre che l'accordo eliminerà “più di 18 mila tasse e oneri che i paesi impongono sui prodotti made in America”. Sempre secondo il Peterson Institute l'accordo potrebbe far aumentare le esportazioni americane dai 357 miliardi di dollari attuali a oltre mille miliardi. E' anche per questo che Obama ha chiesto al Congresso di mettersi al lavoro al più presto per approvare il TPP entro la fine dell'anno, perché "un'accelerazione delle procedure di ratifica è fondamentale per il buon esito di quello che consentirà all'America, e non a paesi come la Cina, di scrivere le regole di indirizzo per il XXI secolo, cosa particolarmente importante in una regione tanto dinamica come l'Asia-Pacifico”. Forzare i tempi, quindi, nonostante la scadenza del suo mandato. Ci potrebbero volere anche due anni per giungere all'entrata in vigore dell'accordo. Dello stesso avviso il primo ministro neozelandese John Key, che durante la cerimonia di oggi ha detto: "Questo è un passo importante, ma è ancora soltanto un pezzo di carta sino a quando non entrerà effettivamente in vigore".

 

In alcuni paesi aderenti al Tpp l'accordo è stato osteggiato da parte dell'opinione pubblica. Considerato come un'ingerenza – non gradita – dell'America negli interessi commerciali nazionali. Anche il Giappone, nel 2011, si era quasi deciso a rinunciare alle trattative. Giovedì in Cile, Perù, Vietnam, Malesia e Nuova Zelanda ci sono state proteste contro la firma.

 

 

 

Il TPP è osteggiato principalmente dai paesi che attualmente hanno pochi scambi commerciali con gli Stati Uniti. Fa eccezione il Brunei, dove l'indice di approvazione dell'opinione pubblica non è stata mai rilevata. Il timore di Washington è che un capovolgimento dei governi di paesi che hanno firmato oggi il TPP possa affossarne l'entrata in vigore. E' anche per questo che il delegato americano a Auckland, Michael Froman, ha seguito la linea di Obama, chiedendo di velocizzare il più possibile l'iter di ratifica.

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