Non solo bad bank

C’è un mercato anemico dietro le banche italiane ingolfate di debito pubblico

Il paese è bancocentrico sul credito alle imprese, ma anche sui titoli di stato. Soluzioni possibili per ripartire. I problemi che il bancocentrismo europeo causa alla Bce, il pressing tedesco sui rischi.
C’è un mercato anemico dietro le banche italiane ingolfate di debito pubblico

Foto LaPresse

Roma. Un finanziere di lungo corso che ha lavorato in Borsa, ma anche ai vertici di grandi imprese, lo definisce il comma 22 del bancocentrismo. E consiste in questo: le banche hanno impedito che nell’Europa continentale nascesse un mercato finanziario non bancario ampio e specializzato, ma senza questo mercato adesso le stesse banche non riescono a liberarsi di quei fardelli che fanno affondare nella palude l’intera economia europea. L’Italia è il paese in cui il circolo vizioso si realizza alla perfezione. Le banche sono schiacciate da un macigno che supera i 600 miliardi di euro. Duecento e passa miliardi sono gli Nps (Non performing loans), quattrocento miliardi o giù di lì valgono i titoli del debito italiano nei portafogli degli istituti di credito. Per alleggerire le sofferenze, è stato escogitato un marchingegno complesso, che nella sostanza configura un ritorno alle cartolarizzazioni, formando con i crediti non esigibili titoli-pacchetto da vendere sul mercato. Ma quale mercato?

 

Il Wall Street Journal ricordava ieri che nel 2014 la Banca centrale europea ha tentato di stimolare la crescita di un mercato delle Abs (Asset backed securities) da molti miliardi di euro, però quel tentativo non è andato in porto. Anzi, in questi anni lo spazio si è addirittura ridotto. In questo quadro l’Italia, come mostra uno studio della Bce e della Banca d’Inghilterra, è la Cenerentola con un volume di poco superiore ai cento milioni. Ciò rende molto più difficile affrontare oggi i problemi non solo delle banche italiane, ma dei colossi francesi o tedeschi gonfi di derivati. Poco importa che lo stress test della Bce li consideri meno rischiosi dei crediti non riscossi, in Borsa tutti sanno che non è così, tanto che la Deutsche Bank ha perso il 40 per cento del proprio valore negli ultimi sei mesi.

 

Per i debiti le cose sono ancora più complicate. La Bundesbank e il governo tedesco insistono per non considerare più i buoni del Tesoro come titoli risk free. Il rischio c’è e il suo grado va stabilito in base ad alcuni parametri. Quali? Il rating? Significa mettere nelle mani delle agenzie il potere di distruggere un paese sovrano. Allora il rapporto debito/pil come nel patto di stabilità? Certo, ma attenzione, in alcuni paesi esiste un debito parallelo che grava potenzialmente sui contribuenti e non figura nelle cifre ufficiali. Negli Stati Uniti è il debito dei singoli stati e dei comuni, per esempio. In Germania quello delle banche locali che sono pubbliche: nel caso di un loro fallimento, a pagare sarebbero i contribuenti dei Land o dello stato federale. Questo debito nascosto non è affatto marginale, anzi nel caso tedesco si tratta di centinaia di miliardi. Senza contare che dal calcolo ai fini del patto di stabilità è esclusa la KfW la quale, a differenza della cugina italiana Cassa depositi e prestiti (Cdp), è interamente del Tesoro e si alimenta indebitandosi sul mercato. Dunque, se venisse accettata la richiesta di Berlino, bisognerebbe stabilire un modello il più possibile equo. Ma quale?

 

[**Video_box_2**]Nel dicembre scorso il ministro delle Finanze di Berlino, Wolfgang Schäuble, ha inviato una lettera al capo della commissione Finanze del Bundestag per proporre una ristrutturazione automatica dei debiti sovrani che prevede un allungamento delle scadenze e una consistente svalutazione dei titoli. La misura si applicherebbe a chi chiede l’intervento del Meccanismo europeo di stabilità, ma è chiaro che diventerebbe un punto di riferimento per tutti i paesi il cui debito elevato viene assorbito in gran parte dalle banche, a partire dall’Italia e dalla Spagna.

 

Gestire le sofferenze pubbliche e private, insomma, è molto più difficile in Europa rispetto agli Stati Uniti. Un rebus senza soluzione per gli stati che emettono titoli e, in assenza di un mercato specializzato e sofisticato, sono costretti a spingere le banche ad acquistarli. Ma il bancocentrismo europeo è un problema serio anche per la politica monetaria. Come ha scritto l’economista americano Martin Feldstein, è esattamente questo il motivo per cui il Quantitive easing (o allentamento quantitativo) nell’Eurozona funziona meno bene che nell’area del dollaro e soprattutto risiede qui la ragione per cui il denaro tanto abbondante e a buon mercato non si trasforma in crescita. Speriamo che il comma 22 non diventi la miccia della prossima crisi.

 

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