L'industria è ferma ai tempi del gettone, in deficit d'innovazione

L'industria italiana è ferma. O quasi. Almeno per quanto riguarda l'innovazione: i macchinari delle nostre aziende sono vecchi. Parlano Gros-Pietro (Intesa) e Galdabini (Ucimu).
L'industria è ferma ai tempi del gettone, in deficit d'innovazione

Roma. L'industria italiana è ferma. O quasi. I macchinari delle nostre aziende sono vecchi. Una su tre addirittura non rinnova il proprio parco da oltre vent'anni e la media è comunque impressionate: 12 anni e 8 mesi per sostituire un robot, due anni in più rispetto a quanto rilevato nel 2005.

 

Nella sfida dei mercati, con competitor agguerriti come Cina o India, è come usare, direbbe il premier Matteo Renzi "il gettone al tempo dello smartphone". E' preoccupante il quadro che emerge da una ricerca su 2.500 aziende (con più di 20 addetti) presentata da Ucimu, l'Associazione che riunisce i costruttori italiani delle macchine utensili, alla Camera per mettere sull'allerta "capitani poco coraggiosi" e il mondo della politica.

 

[**Video_box_2**]La nostra industria è molto più vecchia di dieci anni fa, quando venne fatta l'ultima rilevazione, e sono soprattutto le piccole e medie imprese a non crederci più. Eh si che questo dell'automazione è il primo settore del made in Italy. Nelle famose 4A, agroalimentare, arredamento-casa, abbigliamento-moda, l'automazione occupa la quota più importante dell'export (circa il 40 per cento), in pratica le aziende straniere per essere competitive usano i nostri macchinari per produrre i loro beni e servizi.

 

Peccato, però che i robot a casa nostra invece sono un po' ammaccati, a rischio usura, visto che dopo 4 anni e mezzo non vengono sostituiti e si va avanti con "la normale manutenzione". Lo ha spiegato Gian Maria Gros Pietro, professore e presidente del Consiglio di gestione di Intesa Sanpaolo, che ha coordinato l'indagine e ha puntato l'indice sul mancato processo d'investimento. "Lo si deduce - ha detto - dalle classi d'età del parco macchine esistente. Il crollo si è verificato negli ultimi cinque anni. Il 24,3 per cento delle macchine censite a fine 2014 era stato installato nel quinquennio 2005-2009 ma quelle installate durante i cinque anni successivi pesano solo per il 13,1". Un vero e proprio crollo. Dovuto alla crisi economica si dirà, alle banche che hanno chiuso i rubinetti del credito, ma questo non basta a giustificare l'arretramento della nostra industria che con le macchine utensili spazia dal food and beverage (e trasversalmente il comparto del packaging), ai settori della plastica e della gomma, quello della carta, così come handling, la logistica e la stampa.

 

Laddove i macchinari sono da sempre la prima voce per una buona produzione. Così è il presidente di Ucimu, Luigi Galdabini a spiegare che la "competitività del sistema industriale italiano è a rischio perché nel frattempo le industrie dei paesi emergenti si stanno dotando di sistemi e tecnologie di ultima generazione". E nonostante il governo abbia provato a dare una sterzata, con la nuova legge Sabatini (operativa dall'aprile del 2014 che permette il finanziamento a tassi agevolati degli acquisti in macchinari), o con il superammortamento presente nella legge di stabilità (che offre l'ammortamento del 140 per cento del valore del bene acquistato), tutto questo non basta. Gli industriali avanzano richieste ben più strutturali come "la liberalizzazione delle quote di ammortamento" dice Sabatini "in modo che il macchinario acquistato possa essere ammortizzato in tempi più brevi.

 

La misura – spiega – oltre a incentivare nuovi acquisti, di fatto, non presenta costi a carico dello stato che vedrebbe soltanto traslata nel tempo l'entrata di cassa". Insomma incentivi che servono a svecchiare i nostri robot con nuove tecnologie magari progettate anche in chiave di risparmio energetico e nel rispetto delle norme di sicurezza sul lavoro. Anche per migliorare la triste classifica che vede il nostro paese fanalino di coda in Europa negli investimenti in innovazione e ricerca: appena 1,3 per cento del Pil. Poca roba se si è la seconda potenza manifatturiera europea e, soprattutto, se si sbandiera l'ambizione di diventare la prima, superando l'odiosa Germania.

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