Tasse evase o no, la mossa di portare Apple a Napoli è utile e lungimirante

Il centro di sviluppo di app per iOS nel capoluogo campano promesso da Tim Cook è un investimento riparatore per evitare altri guai con il fisco? Non sappiamo, ma non può che portare buoni frutti e un cambio di paradigma importante.
Tasse evase o no, la mossa di portare Apple a Napoli è utile e lungimirante

Tim Cook (foto LaPresse)

In occasione della recente visita romana del suo amministratore delegato Tim Cook, Apple ha annunciato l'intenzione di stabilire a Napoli un centro di sviluppo di app per iOS: si tratta della prima iniziativa del genere in Europa per la mela morsicata e di una notizia certamente positiva per un paese e una città che raramente occupano posizioni di rilievo nella cartografia dell’economia digitale. Dall’appocundria all’app economy il passo è breve.

 

Tra le molte reazioni entusiastiche, non sono mancate le osservazioni critiche di chi ha ricollegato il progetto di Apple al contenzioso tributario che l’ha vista impegnata fino a poche settimane fa, quando i rappresentanti dell’azienda – complice un generoso bonifico – hanno tacitato le pretese del fisco italiano, che lamentava l’esterovestizione delle vendite concluse sul territorio nazionale tra il 2008 e il 2013. Un esito che, più che a un’ammissione di colpevolezza, somiglia a una presa di coscienza del mutato scenario della fiscalità internazionale, divenuto – sotto la spinta dell’Ocse e dell’Unione Europea – molto più favorevole agli esattori e molto meno ospitale per gli imprenditori.

 

Su Linkiesta, Francesco Cancellato ha paragonato l’iniziativa napoletana alla concessione all’Italia di “un piatto di lenticchie”: laddove il cotechino latitante – s’intende – sarebbe costituito dalla differenza tra i 318 milioni di euro effettivamente versati dall’azienda di a Cupertino e gli 880 milioni di evasione originariamente contestati dalla procura di Milano. Il contenzioso tributario – specialmente quando sono in ballo contribuenti così visibili e cifre così ingenti – ha molto più a che fare con la politica che con il diritto: e ciò indurrebbe a misurare con grande cautela l’entità degli accertamenti. Ma, a prescindere da questo, siamo sicuri che il presunto do ut des sia svantaggioso per il paese?

 

Che il centro di sviluppo di Apple prometta di ospitare, a pieno regime, 600 persone è l’aspetto meno rilevante. Quello più significativo è l’opportunità di stimolare lo sviluppo di un ecosistema digitale (a Scampia investirà anche Cisco), di catalizzare le competenze generate dalle università e dalle imprese locali; di convogliare gli investimenti in capitale umano in un settore caratterizzato da prospettive di crescita pressoché illimitate. Secondo una ricerca curata da Michael Mandel per il Progressive Policy Institute, l’economia delle app dà oggi lavoro in Europa – direttamente o attraverso l’indotto – a 1,6 milioni di persone. In Italia, gli impiegati nel settore sono circa 98.000, pari allo 0,4 per cento della forza lavoro: in termini relativi, la distanza dall’1 per cento del Regno Unito o dall’1,9 della Finlandia rimane significativa.

 

[**Video_box_2**]Non possiamo, naturalmente, attestare se davvero il governo italiano abbia utilizzato la trattativa tra Apple e l’Agenzia delle entrate per suggerire al gigante californiano una sorta d’investimento riparatore. Possiamo, però, affermare che un esercizio di moral suasion in questa direzione sarebbe stato non solo legittimo, ma anche lungimirante. Per alcuni anni, la discussione sul ruolo sociale delle imprese è rimasta intrappolata nello spazio angusto della politica fiscale, secondo l’idea bislacca che il gettito generato possa esaurire il contributo di un’azienda alle economie in cui opera. Il superamento della (vera o presunta) emergenza dell’elusione internazionale sembra oggi permettere un cambio di paradigma, in cui le imprese cessano di essere mucche da mungere e diventano motori di crescita. Il premier Renzi merita un plauso per essersi reso interprete, più o meno attivamente, di questa diversa sensibilità, che privilegia la gallina dello sviluppo all’uovo delle tasse. Fermo restando che attrarre gli investimenti esteri è solo il primo passo: il difficile è garantirne la permanenza nel tempo.

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