Quanti Nostradamus sui mercati

Non c’è solo quell’analista inglese che avverte: “Vendete tutto, o quasi”. Dal ralenti cinese al petrolio a sconto, dalle banche italiane al  medioriente sconquassato: ogni guru ha il suo scenario catastrofico
Quanti Nostradamus sui mercati

Roma. Non succede, ma se succede… In questi primi giorni del 2016, con i mercati peggio che in panne (anche se ieri si è assistito al rimbalzo delle Borse europee), non c’è analista o guru finanziario che si rispetti che non abbia scelto uno scenario da finimondo su cui scommettere. L’anno è iniziato tra segnali significativi di aumento del rischio politico e, insieme, di volatilità eccezionale sui mercati finanziari. Vecchi pericoli crescono: il medio oriente è percorso da conflitti settari e violenza organizzata, le morti in battaglia sono ai più alti livelli dalla fine della Guerra fredda, 13 su 40 conflitti in corso sono transnazionali, 137 su 178 stati fragili sono in bilico. E si uniscono a nuovi rischi: solo in 6 delle 27 maggiori economie la fiducia nell’élite supera il 60 per cento, il record di referendum popolari del biennio scorso verrà superato nei prossimi due, i partiti politici non tradizionali hanno guadagnato il 20 per cento dei consensi in 5 elezioni su 11. Per gli investitori vedere dei governi divisi e inabili contribuisce a rendere incerto l’ambiente operativo, sottolinea un report della banca americana Citi. Prevedendo un rallentamento dell’economia globale, certificato ieri dal Fondo monetario internazionale (3,4 per cento quest’anno, 3,6 il prossimo, con un taglio dello 0,2 rispetto alle stime di tre mesi fa), Andrew Roberts, capo delle ricerche economiche europee di Royal Bank of Scotland, ha consigliato ai clienti di “vendere (quasi) qualsiasi cosa” e riparare su beni rifugio o obbligazioni di alta qualità, rivendicando la posizione (“la mia previsione di una ‘severa contrazione del mondo’ sembra ok finora”) presa già nel novembre scorso. I pericoli antichi e i nuovi rischi convergono lì dove, possibilmente, si sfogheranno. Le tensioni sottostanti alla crisi politico-finanziaria dell’Eurozona sono vive. Né i politici né l’elettorato sembrano decisi a muoversi da un’unione monetaria a una politica e fiscale, e risolvere il guaio di fondo.

 

Il premio Nobel Joseph Stiglitz prevede per questo una nuova crisi europea entro due anni come scrive nel saggio in uscita “The Euro: How a Common Currency Threatens the Future of Europe”. I meccanismi alternativi a un’unione politica – rigore fiscale, controllo del debito, una Banca centrale prestatore di ultima istanza a stati e banche, un supervisiore unico del mercato creditizio – sono artifici che non garantiscono prosperità e anzi nel breve periodo agitano sia i mercati sia i governi. Il nuovo meccanismo di risoluzione per le banche europee (bail-in), per esempio, impedisce che le crisi bancarie diventino un onere per lo stato ma ha reso gli istituti rischiosi agli occhi di investitori e risparmiatori, che in caso di bail-in incorrono in perdite. In questi giorni è in corso un assedio alle banche dell’euro-periferia considerate deboli sulla scia dell’inatteso azzeramento di certe obbligazioni della banca portoghese “risolta” Novo Banco, la “good bank” di Banco Espirito Santo, con un conseguente aumento dei costi di finanziamento degli istituti europei, italiani compresi come il fragile Monte dei Paschi. Attorno alla crisi del credito si vedono rischi rilevanti in Europa (la divisione degli stati nordici da quelli meridionali, la reazione difensiva dei paesi dell’est dall’afflusso di rifugiati con chiusura delle frontiere, il rischio di un’uscita del cancelliere tedesco Angela Merkel dalla scena politica nel 2017) ma l’establishment europeo litiga sulla difesa dei confini esterni e la protezione di quelli interni, mentre un’organizzazione di assassini con marchio in franchising (Stato islamico) è un fattore d’instabilità permanente che si espande in Libia e produce attentati in Europa.

 

[**Video_box_2**]Così anche il petrolio venduto sotto i 29 dollari, ai minimi da dodici anni, genera incertezza. Sarà un altro anno difficile per l’oro nero, secondo CreditSights, un’agenzia di rating, perché l’industria è nella modalità “lower for longer” e nel 2016 le compagnie di idrocarburi continueranno a ridurre attività e investimenti, con fusioni e acquisizioni a singhiozzo. L’eccesso di offerta di greggio – il vero punto debole secondo il Dr. Doom Nouriel Roubini –, imposto in sede Opec dall’Arabia Saudita, e l’ingresso sul mercato di un avversario di stazza come l’Iran, spingerà i prezzi ancora più giù costringendo gli stati rentier arabi ad abbandonare il modello “nessuna tassa, nessuna rappresentanza”. La Cina non è più l’energivoro supremo vista anche la crescita calante (6,9 per cento nel 2015, secondo stime ufficiali) e sta passando da un modello export-led a uno basato sui consumi interni con un’apertura dei mercati finanziari che la leadership di Pechino non sa gestire con strumenti credibili e si rifugia nella propaganda. A chi appellarsi, dunque? Ai banchieri centrali? Dovrebbero rispondere con stimoli corposi per assicurare i mercati dai rischi incombenti, ma dall’Europa agli Stati Uniti perseguono per la prima volta in questo secolo politiche divergenti lasciando il mondo in terra incognita.

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