Oil Clash

I principali dossier energetici che complicano la battaglia tra Iran e Arabia Saudita. pozzi d’Iraq, la guerra dell’Opec, e l’addio al paradigma “nessuna tassa, nessuna rappresentanza”. Parlano gli analisti

Oil Clash

Roma. La contesa economica tra Arabia Saudita e Iran sta assumendo contorni sempre più aggressivi. Al di là del permanente scontro ideologico e religioso, i due paesi sono ora entrati in una spirale di ritorsioni reciproche che secondo alcuni analisti interpellati dal Foglio sta avendo un impatto su tutta l’area di mercato del medio oriente e dell’Africa.

 

“L’impatto della guerra economica tra i due paesi su settori cruciali come quello petrolifero, il turismo e il commercio potrebbe essere avvertito non solo dall’Iran ma anche dalla già fragile economia dell’area Mea”, dice al Foglio Kinda Chebib, senior researcher presso Euromonitor International.

 

Il campo di battaglia principale è certamente quello energetico. L’ambizioso piano di gasdotti che il ministro del Petrolio iraniano, Bijan Zanganeh, vuole portare a compimento per fare del regime degli ayatollah un hub del gas viene considerato una minaccia strategica per Riad. Già la scorsa estate i sauditi hanno mal accolto la notizia della firma di un accordo tra la Repubblica islamica e l’Oman per la costruzione di un tubo per portare il gas iraniano direttamente a Muscat. Un altro progetto potenzialmente in grado di isolare i sauditi è quello della imponente costruzione del gasdotto Ipi, tra Iran, India e Pakistan. Il deal sul nucleare iraniano ha fatto riprendere i negoziati per l’avvio dei lavori del gasdotto e non a caso proprio il governo pachistano – pur essendo uno storico alleato del Regno saudita – ha di recente intensificato gli sforzi diplomatici per ricomporre gli attriti tra Iran e Arabia Saudita. Ma un altro fronte è certamente quello petrolifero, dove il confronto avviene su più livelli.

 

C’è la battaglia interna all’Opec, il cartello dei paesi produttori di greggio, dove i due paesi sono su schieramenti opposti, ci sono gli interessi territoriali legati al controllo delle riserve di petrolio irachene. I tentativi di Baghdad di riaprire l’oleodotto che collega l’Iraq al terminal saudita di Yanbu sono stati stigmatizzati dall’Iran, peraltro intenzionato a prendere il porto di al Faw, infrastruttura cruciale della zona di Bassora (sud dell’Iraq), che le autorità provinciali hanno deciso di quotare a causa del prezzo basso del greggio. C’è però chi è pronto a scommettere che gli attriti non susciteranno un impatto così rilevante sullo scenario economico.
Secondo Alp Eke, economista della National Bank di Abu Dhabi, “investitori e analisti sono consapevoli delle frizioni tra Iran e Arabia Saudita sin dalla primavera araba e questi fattori vengono ora sottostimati dagli investitori stessi”. Tuttavia, è pure vero che la congiuntura economica derivante dal crollo dei prezzi del petrolio potrebbe portare alcuni storici alleati dei sauditi ad avvicinarsi alla posizione dell’Iran, che cerca un innalzamento dei prezzi per spingere la produzione interna.

 

[**Video_box_2**]Le banche d’affari americane Morgan Stanley, Goldman Sachs e City Group parlano di gravi danni economici per paesi del Golfo come il Kuwait, gli Emirati e il Qatar. Il primo fattore di rischio è dato dal cosiddetto “break even” fiscale, ovvero il prezzo del petrolio necessario ai paesi fortemente dipendenti dalle entrate del greggio per raggiungere il pareggio di bilancio. Secondo il Fondo monetario internazionale, il “break even” per l’Arabia Saudita è intorno a 106,50 dollari al barile, il greggio è a quota 30, situazione che ha causato un profondo deficit nel Regno. Anche per l’Iran il “break even” fiscale è un problema, ma avere cominciato da qualche anno un percorso di progressivo allentamento dei sussidi, aumentando così la responsabilità fiscale degli iraniani, è un vantaggio. Al di là dei tentativi di coprire il deficit con privatizzazioni e aperture di mercato (vedi la quotazione monstre di Saudi Aramco), la vera incognita dietro la guerra arabo-persiana è legata alla capacità dei governi mediorientali di passare da un paradigma basato sul concetto di “nessuna tassa e nessuna rappresentanza” a un sistema economico basato su una maggiore fedeltà e coinvolgimento fiscale per diversificare le fonti d’entrata del bilancio pubblico. Dopodichè la richiesta di una maggiore rappresentanza politico-democratica sarebbe idealmente automatica, ma dirompente.

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