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Prezzo basso del greggio

Come si vive nel mondo sotto i trenta dollari? Vedi Russia e Venezuela

Mosca annuncia tagli alle spese del 10 per cento, “anche quelle militari”. E’ la prima volta in un anno d’elezioni

di Giorgio Arfaras | 15 Gennaio 2016 ore 06:24

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Milano. La Russia annuncia un nuovo giro di tagli alla spesa del 10 per cento, il secondo in un anno, e stavolta, dice una fonte del governo, “riguarderà tutte le voci” di uscite, incluse quelle militari. Il premier Dmitry Medvedev invita a “prepararsi allo scenario peggiore”, il ministro dello Sviluppo economico Alexey Uliukaev non esclude un aumento del deficit pubblico dal 3 al 7,5 per cento, il rublo ha ripreso a scendere. Lo scenario più fosco della Banca Centrale calcolava il prezzo del barile a 35 dollari, ma ora la Sberbank ha lanciato simulazioni sui 25 dollari a barile.

 

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Gli altri paesi che vanno a petrolio non possono permetterselo. Il bilancio dello stato in Russia dipende per il 60 per cento dagli introiti energetici, e con il barile a 100 dollari Mosca ha rimborsato una parte del debito estero, ridotto il debito pubblico e aumentato la spesa pubblica in misura cospicua. Il “boom di Putin” nasce così, e si accompagna con la fondazione del putinismo, un sistema che fonde l’élite che viene dagli apparati di sicurezza con quella delle grandissime imprese dell’energia, le quali, a loro volta, controllano una buona parte del sistema mediatico. Questa fusione è il “potere forte” russo. Il potere politico aiuta la crescita del settore energetico, che fornisce in cambio le risorse per ottenere consenso. I russi ricevevano più servizi di quante imposte pagassero. Le esportazioni russe sono pressoché tutte di gas e petrolio, mentre viene importato quasi tutto, dai cavoli alle automobili. Una struttura economica da Emirato con in più la neve. Si ha così un movimento a “fisarmonica”: col prezzo delle materie prime alto la Russia cresce, col prezzo basso si contrae.

 

Lo stesso modello vale, forse anche di più, per gli altri paesi: il 98 per cento delle esportazioni venezuelane riguarda il petrolio, e nel 2015 si è prodotto un deficit del bilancio dello stato del 24 per cento con un record di inflazione. Se il prezzo del petrolio cade, o si riducono i servizi offerti dallo stato (come sembra nelle intenzioni della Russia e di altri paesi) o si alzano le imposte (come non sembra nelle intenzioni, spesso anche in assenza di un imponibile che non derivi dalle materie prime).

 

Fino a non molto tempo fa quasi tutti – basti vedere le proiezioni dei mercati sui prezzi futuri del greggio – si immaginavano il prezzo che tornava abbastanza velocemente verso i 50-60 dollari. Poi c’è stata la decisione, questa di poco tempo fa, dell’OPEC guidato dai sauditi, di non ridurre l’offerta, ciò che a spinto al ribasso il prezzo. Le previsioni russe sul bilancio erano ragionevoli, ma mancava un piano B. Secondo il FMI, la crescita nel 2016 non ci sarà proprio, ma la bilancia dei pagamenti correnti resterà in campo positivo, ed il montante di debito pubblico da finanziare sarà modesto. Il 2016 però è un anno elettorale – evento che nei precedenti 15 anni di Putin comportava un’apertura delle casse dello Stato – mentre ora per la prima volta si accompagnerà a una sensibile riduzione del tenore di vita dei russi per il secondo anno consecutivo. In Venezuela i chavisti per la prima volta in diciassette anni hanno perso le elezioni: un segnale d’allarme per gli altri Petro-regimi.
Giorgio Arfaras

 

© FOGLIO QUOTIDIANO


ARGOMENTI PETROLIO , RUSSIA , VENEZUELA , ARABIA SAUDITA

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