L'auto in gabbia

Renault sospettata di aver adottato i metodi di Volkswagen per truccare i dati sulle emissioni di gas inquinanti. Fiat accusata da Automotive News di di pagare alcuni dealer per truccare al rialzo le vendite. Così l’industria automobilistica è ostaggio di statalismo, regolatori e vigilantes.
L'auto in gabbia

Foto LaPresse

Milano. Un siluro contro Carlos Ghosn, il carismatico ceo libanese che guida le sorti di Renault e Nissan, senza alcuna deferenza curiale verso le richieste dello stato-azionista. Un altro in arrivo da Chicago, terra di Barack Obama, scagliato contro Sergio Marchionne, altro manager dal tratto energico, se non ruvido.

 

Il caso ha voluto che due tra i manager più carismatici dell’industria a quattro ruote, che tra l’altro non si amano affatto, siano finiti nel mirino di quei mercati che, l’anno scorso, li hanno premiati con i rialzi più lusinghieri. Ma buona parte dei guaragni 2015 di Renault (oltre il 50 per cento) sono andati in fumo giovedì in una mattinata terribile, come se ne vedono di questi tempi solo alla Borsa di Shanghai: meno venti per cento per Renault, sospettata di aver replicato in Francia i trucchi di Volkswagen. Pesante anche il calo di FiatChrysler meno nove per cento abbondante dopo le accuse in arrivo dagli Stati Uniti in un articolo di Automotive News: un paio di dealer di Chicago hanno denunciato, secondo il sito americano, il gruppo Fca di pagare i dealer stessi perché trucchino al rialzo le vendite di auto del gruppo. Secca la smentita da parte dello staff di Marchionne che ha già annunciato il ricorso alle vie legali contro “accuse prive di fondamento”.

 

“La causa – si legge in una nota dell’azienda – è stata promossa dal legale interno del concessionario proprio nel momento in cui Fca Us discuteva con la controparte della necessità che quest’ultimo rispettasse i propri impegni in base a taluni dei contratti di concessione”. Anche Renault è scesa in campo contro la diffusione della notizia, rilanciata dalla Cgt (il sindacato che è più ostile alle ricette di Ghosn) delle perquisizioni a tappeto disposte dalla Dgccrf (acronimo dietro cui si cela l’autorità per la tutela della Concorrenza, dei consumatori e contro le frodi) nei centri della ricerca del gruppo: Lardy, Guyancourt e Plessis-Robinson oltre che presso il quartier generale, regno incontrastato del piccolo Napoleone sottolineando che “i test condotti sui motori diesel dalle autorità non hanno riscontrato alcuna irregolarità”. Ma i due colpi da K.O. hanno lasciato il segno. Non solo perché Renault, pur dimezzando il salasso, accusa una perdita a due cifre. O perché Fiat Chrysler ha subito l’onta della sospensione sia a Piazza Affari che a Wall Street. Lo choc che si è subito esteso in mattinata all’intero settore (compresa la “nemica” Volkswagen) dimostra che il mercato, dopo un avvio d’anno orribile, ha i nervi a fior di pelle e non è disposto a concedere il beneficio del dubbio nemmeno ai protagonisti dalla fame più solida.

 

[**Video_box_2**]E’ sempre più evidente che i destini dell’industria dell’auto, per tanti versi ancora il simbolo del capitalismo, si giocano sempre meno sul terreno dei costi di produzione o della ricerca, ma sul fronte delle regole e dei rapporti con le autorità. Il rispetto, pur sacrosanto, dei tetti previsti per le emissioni di Co2, possono essere la spada di Damocle che incombe sui produttori meno graditi, a rischio di multe miliardarie. In questa chiave, a pensar male, si potrebbe associare l’improvvisa solerzia “verde” delle autorità francesi alla ribellione di Ghosn che si è schierato a fianco dei soci giapponesi di Nissan limitando le conseguenze della legge Fleurange che avrebbe consegnato l’intero gruppo franco nipponico allo Stato francese senza imporre l’acquisto di altri titoli. Un gesto d’insubordinazione che il ministero dell’Economia, a dicembre, ha giudicato “inaccettabile". Diverso il caso di Marchionne, tutt’altro che nuovo a “scazzottate” (solo metaforiche, per carità) nei confronti dei dealers di oltre oceano per la divisione dei profitti. Una contesa destinata ad inasprirsi a man a mano che il miracolo del boom dell’auto (le vendite sono in costante ascesa da 80 mesi) volge al termine. Ma anche in questo caso impressiona la fragilità del mito di “super Sergio”, pur rinfrescata di recente dal collocamento dei titoli Ferrari: i manager, insomma, sembrano più deboli sotto i cieli della crisi. E i “lupi” statalisti sono pronti ad approfittarne.

 

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