La contrattazione si muove, ma le intenzioni sindacali sanno di vecchio

Il governo minaccia un intervento legislativo sul salario minimo e le corporazioni ora si muovono per precederlo e autoregolamentarsi
La contrattazione si muove, ma le intenzioni sindacali sanno di vecchio

Susanna Camusso, segretario della Cgil (foto LaPresse)

Roma. La minaccia ventilata nei mesi scorsi dal governo Renzi di dare seguito, con un’iniziativa legislativa, all’introduzione di un salario minimo per legge, ha scosso le flemmatiche associazioni sindacali e datoriali costringendole ad avanzare proposte di autoriforma degli assetti della contrattazione collettiva che stanno avendo pubblicità sulla stampa nelle ultime settimane. La prospettiva di lasciare al governo la facoltà di fissare un livello minimo di retribuzione per coloro che non sono coperti dalla contrattazione nazionale, che tutela l’85 per cento dei lavoratori in Italia, spingerebbe infatti le aziende a scostarsi dal contratto nazionale, che è la ragion d’essere delle sigle sindacali e datoriali confederali. In altre parole: la legge imporrebbe un salario minimo, lasciando poi alle parti sociali la libertà di contrattare verso l’alto – anche direttamente in azienda – gli stipendi in base a redditività e produttività del gruppo. Significherebbe, in pratica, dare il nulla osta a tutte le aziende che lo ritengono opportuno di ricalcare il modello della Fiat di Sergio Marchionne, ovvero sganciarsi da Confindustria e dai veti delle centrali sindacali. Un grimaldello che ha effettivamente generato un moto di rinnovamento contrattuale tra le associazioni datoriali, come Federmeccanica, visto che alcuni contratti collettivi nazionali in scadenza devono essere rinnovati.

 

Dopo divergenze di lunga durata, le sigle confederali dei lavoratori Cgil, Cisl e Uil hanno annunciato la presentazione di una proposta unitaria di autoriforma del contratto nazionale il 14 gennaio a Roma. Il documento di 16-18 pagine è stato anticipato dall’Unità e approfondito ieri dal Corriere della Sera. La proposta non prevede una revisione radicale del modello contrattuale e mantiene intatta la centralità del contratto nazionale concedendo deroghe in sede di contrattazione aziendale soltanto sulla flessibilità dell’orario di lavoro; cosa che nella prassi accade da anni e che è già stata formalmente autorizzata dall’accordo interconfederale del 2011. La novità, sottolineata dalla stampa, è l’abbandono dell’inflazione al netto della componente energetica (Ipca, indice dei prezzi al consumo) come parametro per l’adeguamento dei minimi salariali al costo della vita. L’inflazione a zero o negativa ha infatti motivato il rimborso agli imprenditori degli aumenti ricevuti in passato, in particolare nel settore chimico. L’ormai sconveniente parametro Ipca verrebbe sostituito con un indice “macroeconomico” per ora non specificato. Potrebbe essere il pil o altro, ma di certo non la produttività aziendale. Così però non si innova nulla, dice al Foglio Pietro Ichino, giuslavorista e senatore del Pd: “In tema di contrattazione aziendale non si innova di una virgola rispetto a quanto previsto dall’accordo interconfederale del giugno 2011: quell’accordo già prevede la derogabilità del contratto nazionale da parte di quello aziendale su tutto quanto non riguardi i minimi retributivi. Ma il nocciolo della questione riguarda proprio quest’ultima materia; e su questa la sola novità sarebbe la sostituzione, come riferimento per la determinazione dei minimi al livello nazionale, dell’indice di inflazione programmata con l’aumento del pil. Resterebbe intatta la determinazione dei minimi in termini di salario nominale, e continuerebbero a essere ignorate le rilevanti differenze di potere d’acquisto tra nord e sud del paese”.

 

Parlano Ichino e Cazzola

 

[**Video_box_2**]Continua il giuslavorista: “Inoltre, a quanto è dato capire, qui si parla di pil nazionale, cioè ancora di un indice unico per nord, centro e sud, che non tiene in alcun conto le grandi differenze di andamento dell’economia tra le diverse regioni; ma soprattutto verrebbe lasciata intatta la rigida inderogabilità non solo dei minimi fissati e aumentati centralmente, ma anche della struttura della retribuzione, in particolare della ripartizione tra componente fissa, che fa la parte del leone, e componente suscettibile di variare in relazione alla produttività o alla redditività della singola azienda. Se la questione è quella di un collegamento molto più stretto fra retribuzione e produttività, occorre privilegiare, pur con le indispensabili garanzie, la determinazione dei salari in relazione alla produttività e redditività effettiva della singola impresa. Su questo piano l’ipotesi di accordo di cui si parla innova davvero poco”. L’impressione offerta al Foglio da Giuliano Cazzola, ex dirigente generale del ministero del Lavoro e fino al ’93 dirigente della Cgil, è che i sindacati abbiano cercato un equilibrismo tra immutate scelte politiche (la centralità del contratto nazionale) e false spinte innovative. La disponibilità a rendere efficace l’art. 39 della Costituzione per rendere validi erga omnes i contratti di lavoro firmati dalle sigle maggioritarie – il terzo punto importante della proposta – intende sia arginare la possibilità che il governo introduca il salario minimo sia preservare il potere di veto sindacale. “Significa – dice Cazzola – dare priorità non solo politica ma anche giuridica al contratto nazionale. Il legislatore del 1948 era molto condizionato dal corporativismo e ha sviluppato e democratizzato il sistema fascista, ad esempio con il contratto erga omnes come era negli accordi delle corporazioni. Questo è un enorme passo indietro. Molto meglio il sistema attuale che consente deroghe ai contratti nazionali secondo esigenze aziendali”.

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