2016, la spending continua

La stabilità politica è nulla, senza controllo sulla spesa pubblica

Renzi ironizza su Cottarelli, ma il problema dei conti italiani è nel manico e non nei (tanti) commissari. Ora si alzano lodi per l’Italicum che evita instabilità. Ma il consenso poi va fatto fruttare.
La stabilità politica è nulla, senza controllo sulla spesa pubblica

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi (foto LaPresse)

Roma. “Carlo Cottarelli? Voleva ridurre l’illuminazione nelle città. E’ un errore, pensate a una ragazza di 17 anni che esce di sera. Invece ho chiesto ai sindaci di aumentare i punti luce, la luce è vita”. Così nella conferenza stampa di ieri Matteo Renzi ha sostanzialmente liquidato il piano di risparmi dell’ex commissario alla spending review, tornato nel frattempo al Fondo monetario internazionale (a rappresentare l’Italia). Naturalmente Cottarelli non si limitava ai lampioni, e il presidente del Consiglio, che lo sa benissimo, ha citato anche un altro esempio: il taglio delle oltre 8-10 mila aziende municipalizzate, molte delle quali in deficit cronico (se non in totale dissesto come l’Atac romana), spesso inefficienti, quasi sempre al di là di ogni logica di mercato e di pubblica utilità. Qui Renzi, che un anno fa in Parlamento aveva definito “vergogna inaccettabile” “l’incredibile nugolo di società municipalizzate” promettendo di ridurlo a non più di mille (promessa reiterata a settembre scorso), ieri ha ammesso il ritardo, precisando però che “a differenza di quello che pensava il dottor Cottarelli non credo che il loro taglio produrrà alcun risparmio per le casse pubbliche, caso mai qualche miglioramento nel servizio ai cittadini”. La vergogna, pare di capire, non è più tale né inaccettabile, la riduzione di quei centri di spreco sembra retrocessa a optional nei piani governativi. E Cottarelli resta nella versione renziana – il famoso storytelling – l’uomo che voleva spegnere i lampioni.

 

Renzi è maestro nello scegliere le immagini da proporre all’opinione pubblica, e dunque a fronte del “lampionaio” (per citare Saint-Exupéry o anche Le Carré), ecco i dati della “spending lorda” governativa forniti ieri: 12,2 miliardi di tagli nei ministeri, 5,4 “previsionali” nel Servizio sanitario regionale, due nelle province, 1,2 nei comuni. Eppure, secondo i numeri della Ragioneria dello stato allegati alla legge di Stabilità 2016, la spesa pubblica continua ad aumentare, fino a 840,6 miliardi, anche a seguito dei 9 miliardi inseriti con il pacchetto sicurezza: ancora oltre il 51 per cento del pil. Dunque quei risparmi sono in effetti molto lordi. Ma c’è un altro punto sul quale Renzi insiste, in questo caso con ottime ragioni: la stabilità politica conquistata sia con la riforma elettorale sia con una popolarità personale che, per quanto dicano avversari e “gufi”, è solo fisiologicamente scalfita dall’economia che gira come ancora non dovrebbe, dalle questioni bancarie, da altre simil-emergenze.

 

[**Video_box_2**]Renzi non ha torto quando ricorda di guidare il più forte dei partiti di governo, dopo la Cdu di Angela Merkel, e il più stabile tra i paesi border line nella crisi economica: è un fatto che riconoscono anche commentatori un tempo scettici. Ma la stabilità a che serve se non la si utilizza per fare ciò che sui tagli di spesa – non solo su quelli ovviamente – ha fatto David Cameron in Gran Bretagna (con soddisfazione degli elettori inglesi) e Mariano Rajoy in Spagna (con minori consensi, ma pur sempre mantenendo la maggioranza)? E che cosa insegna al contrario il fiasco ripetuto dei socialisti francesi, che non riformano e non tagliano nulla? Se a Renzi non piaceva Cottarelli, non ignora certo che dopo di lui è venuto Roberto Perotti, professore alla Bocconi, voluto dal premier nello staff di consiglieri personali, durato lo spazio di un’estate. E ora l’iper-renziano deputato Yoram Gutgeld. E prima, a ritroso, Mario Canzio, Francesco Giavazzi, Enrico Bondi, Piero Giarda. Tutti caduti con le forbici in pugno. Con la differenza che se questi ultimi rappresentavano governi instabili, d’emergenza, con maggioranze parlamentari variabili e raccogliticce, ora c’è la stabilità renziana. Il premier intende metterla a frutto, senza banalizzarla a questione di lampioni spenti, o si torna al cacciavite lettiano?

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