Washington chiede all'Ue di non concedere alla Cina lo status di economia di mercato

Gli Stati Uniti ammoniscono Bruxelles che la decisione penalizzerebbe l'’industria europea a basso contenuto tecnologico. Lo diceva anche Tremonti qualche anno fa. Mentre Prodi, favorevole, faceva il consulente di Pechino.
Washington chiede all'Ue di non concedere alla Cina lo status di economia di mercato

A marzo le istituzioni europee dovranno decidere se concedere alla Cina lo status di “economia di mercato” che renderebbe assai arduo imporre regole e dazi per contrastare l’'invasione di merci esportate anche sottocosto e prodotte senza le garanzie minime di sicurezza e di libertà del lavoro. A quindici anni dall’'adesione della Cina al Wto, avvenuta nel 2001, è obbligatorio esprimersi sui requisiti di concorrenzialità. Mentre la Commissione europea pare orientata a dare il via libera, dall’'America arriva un invito a negare questa concessione perché, dicono gli Stati Uniti, finirebbe con il “disarmare unilateralmente” l'’industria europea e americana sottoposte al dumping cinese.

 

Si ripete così una discussione che tre lustri fa vide protagonisti Romano Prodi, convinto che immettere la Cina nel circuito commerciale avrebbe allargato il mercato con vantaggi per tutti, seppure a medio termine, e Giulio Tremonti, che invece obiettava gli effetti devastanti che la concorrenza di prodotti cinesi a basso costo avrebbe avuto sul'’industria europea a basso contenuto tecnologico. A quanto pare, seppure con molti anni di ritardo, dall'America viene oggi un’'indicazione convergente con la tesi di Tremonti. Consentire alla Cina di allargare le sue già considerevoli esportazioni senza che debba rispettare le regole sociali di un mercato aperto, a cominciare dalla libertà di associazione sindacale che oggi è invece monopolio dei sindacati di regime, significa anche rinunciare di applicare i principi di lealtà nella concorrenza spingendo verso una liberalizzazione del sistema interno. I paesi che hanno investito in modo massiccio in Cina, dalla Gran Bretagna alla Germania, premono per concedere a Pechino lo status di “economia di mercato”, disinteressandosi di come questo inciderebbe sulle industrie delle aree periferiche dell’'Europa. Non è detto però che stavolta potranno prevalere facilmente.

 

[**Video_box_2**]E’' un'altra questione su cui l'’Italia può far valere, oltre ai propri legittimi interessi, una visione della crescita globale che non sia basata solo su parametri ristretti ma che consideri anche la sostenibilità sociale e ambientale di un sistema produttivo. Con buona pace di Prodi, diventato il principale difensore e consulente degli interessi cinesi in Europa.

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