Oltre la solita Europa arcigna, quante sfide per il credito italiano

L’Italia ha bisogno di banche forti: oltre il 95 per cento delle imprese che operano sul territorio sono piccole e medie. Creano l’80 per cento dei nuovi posti di lavoro e dipendono in gran parte da finanziamenti bancari. I tempi sono già cambiati. E’ ora di cambiare anche allo sportello
Oltre la solita Europa arcigna, quante sfide per il credito italiano

I tempi stanno cambiando. E’ questo il messaggio del governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, ripetuto nelle scorse settimane parafrasando la vecchia canzone di Bob Dylan, addirittura con una insolita apparizione nella prima serata Rai. E le banche italiane, sono pronte al cambiamento? Le parole utilizzate dagli esponenti della Banca d’Italia sono rassicuranti: non ci sono altre Banca Etruria. I risparmiatori italiani, che hanno iniziato a vendere obbligazioni bancarie negli ultimi giorni, possono invece dormire sonni tranquilli. E se così non fosse? Dal 1° gennaio entrano in vigore le nuove regole europee per il soccorso agli istituti bancari. Ci saranno due conseguenze: i risparmiatori – azionisti, obbligazionisti e correntisti, in questo ordine – saranno esposti a perdite, esclusi i conti correnti fino a centomila euro. Le perdite saranno imposte in caso di aiuti di stato, a partire da un minimo dell’8 per cento delle dimensioni di bilancio. Se la risoluzione di Banca Etruria fosse avvenuta qualche settimana dopo, per intenderci, anche gli obbligazionisti senior e i correntisti avrebbero sofferto perdite. Le nuove regole europee sono studiate per impedire salvataggi di istituti insolventi a spese del contribuente, e per evitare che il debito pubblico aumenti di conseguenza. Il piano prevede la formazione di un fondo europeo diviso in comparti nazionali, capitalizzato ex ante durante un periodo di 10 anni, che agisca da ammortizzatore per eventuali emergenze. Tali regole di Bruxelles, contro le quali alcune autorità hanno puntato il dito, non sono una novità assoluta: sono state già applicate volontariamente in salvataggi bancari in Irlanda, Spagna, Olanda e recentemente in Grecia, tutti casi dove sono stati colpiti anche gli obbligazionisti senior.


L’Italia finora ha agito diversamente, non colpendo gli investitori e utilizzando fondi statali per il salvataggio del Monte dei Paschi e più recentemente per Banca Etruria. In futuro, tuttavia, tutelare il risparmio (e utilizzare fondi pubblici per aiutare banche insolventi) sarà molto più difficile. In questo nuovo scenario, si aprono tre questioni fondamentali.
La prima è se le banche italiane saranno in grado di reggersi in piedi da sole. Il salvataggio di Banca Etruria, CariChieti, Banca Marche e Carife, che insieme rappresentano un bilancio di soli 25 miliardi di euro (circa il 2 per cento del sistema bancario italiano), costerà 2,35 miliardi. Chi paga? Principalmente saranno le banche più forti: Intesa, Unicredit e Ubi, anticipando quattro anni di contributi al Fondo di risoluzione bancaria, e consumando circa 6 mesi di utili. Se istituti più grandi dovessero avere difficoltà, i fondi potrebbero non bastare. Il pensiero va non solo verso altre piccole banche come l’abruzzese Tercas, ma  verso banche più grandi, come Carige o Monte dei Paschi (40 miliardi di bilancio e oltre 200, rispettivamente). Queste continuano a realizzare perdite, e finora sono state ricapitalizzate grazie a investitori esterni, ma non ristrutturate.

 

I giornali italiani continuano a rilanciare indiscrezioni sulla “imminente” creazione di una bad bank, cioè di un veicolo finanziario incaricato di ripulire le banche, acquistando i crediti in sofferenza, sulle orme di quanto realizzato in Spagna e Irlanda negli anni scorsi. Ma dal 1° gennaio 2016 la bad bank, tanto auspicata dalla Banca d’Italia, sarà considerata dall’Unione europea come un aiuto di stato, e con essa sarà obbligatorio il bail-in per le banche partecipanti. L’Italia è in ritardo, dunque, e potrebbe addirittura aver perso definitivamente il treno. Ma le regole erano chiare e note in anticipo da oltre un anno. Che cosa hanno aspettato dunque, la Banca d’Italia e i governi che si sono succeduti nel tempo?

 

La seconda domanda da porsi è se i risparmiatori e i correntisti italiani siano pronti al nuovo regime. Tra i “punti di forza” delle banche italiane storicamente annoverati dalla Banca d’Italia c’è l’abilità di finanziamento tramite il canale retail, vale a dire tramite i risparmiatori. Ma come gli obbligazionisti di Banca Etruria hanno imparato a loro spese, ciò che è un punto di forza per le banche può essere un rischio, specialmente se i prodotti finanziari sono venduti con poche avvertenze. Le autorità e la Consob, responsabile per gli strumenti finanziari, ne hanno preso atto, multando banche come la Popolare di Vicenza o Veneto Banca per vendite aggressive. I risparmiatori truffati di Banca Etruria saranno rimborsati. Ma altri risparmiatori italiani rimangono ancora detentori di strumenti rischiosi venduti negli anni passati.

 

I tempi stanno cambiando, ma né le banche italiane, né i risparmiatori sono pronti. L’ultimo punto da affrontare è quindi come prepararsi al cambiamento. Il modo peggiore è fingere che il sistema sia solido, facendo dell’Unione europea un capro espiatorio. Il sistema bancario italiano in realtà è profondamente inefficiente. E’ il più frammentato tra i paesi sviluppati, con più sportelli che farmacie o ristoranti per abitante, e circa un terzo dei ricavi annuali erosi da costi fissi. Un terzo delle sofferenze bancarie nell’Eurozona – oltre 300 miliardi – proviene da banche italiane, che arrancano nel recupero crediti a causa di un sistema legale tra i più lenti d’Europa. Se il credito fosse acqua, l’acquedotto bancario italiano sarebbe pieno di tubi in perdita.

 

L’immobilismo dopo gli stress test

 

[**Video_box_2**]Nonostante l’Italia abbia registrato il maggior numero di banche peggio classificate negli stress test della Banca centrale europea alla fine del 2014, la ristrutturazione è stata minima: solo ora il Monte Paschi ha esteso i tagli ai manager, ad esempio. Anche il consolidamento tra istituti è mancato, e le banche zoppicanti sono state ricapitalizzate da investitori esterni.

 

Occorre una rapida inversione di rotta. Se la strategia di supervisione è stata finora centrata su ispezioni, lettere bilaterali e matrimoni combinati tra banche cattive e buone, in futuro non sarà più possibile lavare i panni sporchi in casa. Le norme europee, sebbene dure, sono disegnate per tutelare i contribuenti: se fossero state applicate per Banca Etruria e per Monte dei Paschi negli anni passati, lo stato avrebbe potuto risparmiare fino a 5 miliardi di euro: più dei proventi realizzati con la vendita di Poste Italiane. Serve un sistema più snello: meno banche, e banche più efficienti. In Spagna, dove la crisi immobiliare del 2008 colpì duramente le Cajas locali, queste ultime furono accentrate da 45 a meno di 15 in due anni. In Italia, la recente riforma delle Popolari non ha ancora generato fusioni.

 

L’Italia ha bisogno di banche forti: oltre il 95 per cento delle imprese che operano sul territorio sono piccole e medie. Creano l’80 per cento dei nuovi posti di lavoro e dipendono in gran parte da finanziamenti bancari. Banche deboli faticano a erogare credito, e nel caso peggiore possono diventare un peso per il bilancio pubblico, sottraendo fondi alla crescita. I tempi sono già cambiati. E’ ora di cambiare anche le banche.

 

Alberto Gallo è Capo del centro studi macro di Royal Bank of Scotland. Le opinioni espresse sono personali

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