Il fantasma di Ricardo dà la caccia a Renzi e alla sua manovra in deficit

All’indomani dell’approvazione anche in Senato della Legge di Stabilità per il 2016, il Sole 24 Ore titolava così in prima pagina: “La manovra è legge: meno tasse, più deficit”. Il primo giornale economico-finanziario del paese, dunque, ci stava comunicando una buona notizia o una cattiva notizia? Gli economisti, sul punto, sono piuttosto divisi.
Il fantasma di Ricardo dà la caccia a Renzi e alla sua manovra in deficit

Oggi, come ogni lunedì, è andata in onda "Oikonomia", la mia rubrica su Radio Radicale. Qui potete trovare l'audio, di seguito invece il testo con i link.

 

Mercoledì scorso, all’indomani dell’approvazione anche in Senato della Legge di Stabilità per il 2016, il Sole 24 Ore titolava così in prima pagina: “La manovra è legge: meno tasse, più deficit”. Il primo giornale economico-finanziario del paese, dunque, ci stava comunicando una buona notizia o una cattiva notizia? Gli economisti, sul punto, sono piuttosto divisi. Tutti però devono fare i conti con le teorie di uno dei più grandi economisti di sempre, l’inglese David Ricardo vissuto tra il 1772 e il 1823.


Ricardo è noto innanzitutto per l’assalto intellettuale che mosse contro le “new corn laws” approvate in Inghilterra nel 1816, vale a dire delle tariffe così elevate da impedire l’ingresso del grano straniero nel paese. Nel suo trattato più importante, “Principles of Political economy and Taxation”, Ricardo si opponeva a tale deriva protezionista. Ma è un’altra l’opera che qui interessa per valutare l’impatto di una manovra che nel breve termine modera la tassazione – visto che i numeri complessivi smentiscono un vero e proprio taglio – in cambio di un aumento del deficit fiscale, risale al 1820, e si intitola “Essay on the Funding System”. E’ in questo libro che gli economisti individuano una particolare interpretazione dell’indebitamento pubblico di un paese. L’interpretazione tradizionale del debito pubblico – spiega l’economista di Harvard Gregory Mankiw nel suo manuale di macroeconomia – si fonda sul presupposto che, quando il governo abbatte le imposte, finanziando la spesa con un deficit di bilancio, i consumatori reagiscono al maggior reddito disponibile aumentando la spesa. Un’interpretazione alternativa, detta appunto “equivalenza ricardiana”, mette in discussione questo presupposto. Secondo l’interpretazione ricardiana, i consumatori sono previdenti e, perciò, basano la loro spesa non solo sul reddito disponibile attuale ma anche sul reddito futuro atteso. Il problema sorge quando il governo taglia sì le tasse, ma finanzia tale diminuzione di imposte con maggiore debito. Appunto il titolo del Sole 24 Ore: “Meno tasse, più deficit”. Il consumatore previdente ritiene che il governo dovrà aumentare di nuovo le imposte in futuro per rimborsare questo maggior debito e gli interessi accumulati. Detto in altri termini: una riduzione delle imposte finanziata con il debito non riduce il carico fiscale, ma lo trasla nel futuro e perciò non dovrebbe incoraggiare i consumatori a spendere di più. Ecco l’equivalenza ricardiana: il debito pubblico equivale a tasse future.

 

Secondo Olivier Blanchard, già capoeconomista del Fondo monetario internazionale fino a quest’anno, possiamo spiegare la teoria di equivalenza ricardiana anche ragionando in termini di risparmio invece che in termini di consumo. Perché “affermare che i consumatori non variano il loro consumo in seguito alla riduzione delle imposte equivale ad affermare che il risparmio privato aumenta esattamente di tanto quanto è cresciuto il disavanzo fiscale dello Stato. Il teorema di equivalenza ricardiana ci dice quindi che se il governo finanzia una data spesa pubblica con debito, il risparmio privato aumenterà in misura pari alla riduzione del risparmio pubblico, lasciando invariato il risparmio totale”.

 

Ma il consumatore, poi, è davvero così razionale e previdente come nell’interpretazione ricardiana della politica fiscale? Secondo alcuni economisti, gli individui hanno piuttosto la vista corta, pensano in cuor loro che domani pagheranno le stesse tasse che pagano oggi oggi, e dunque una riduzione delle imposte, pur finanziata in deficit, farà effettivamente aumentare i loro consumi. Altri economisti sostengono che, nella decisione di consumare o meno, il reddito corrente ha un’importanza maggiore di quello permanente; in ogni dato momento, molti individui consumerebbero di più se solo avessero un reddito corrente maggiore o se potessero indebitarsi di più; un governo che abbatte le tasse oggi, anche se aumenta quelle future, è come se concedesse un prestito a questi contribuenti, che quindi lo utilizzeranno per consumare. Infine un’altra tesi che rema contro quella del consumatore previdente tira in ballo le generazioni future: oggi il governo, per abbassare le tasse, si indebita ed emette titoli di Stato a scadenza trentennale; tra trent’anni, quando occorrerà rimborsare quel debito, toccherà farlo alle generazioni future. Il debito pubblico, come noto, è un trasferimento di ricchezza dalle generazioni future a quelle attuali. Ma su questo tornerò in una prossima puntata. 

 

[**Video_box_2**]La storia recente può forse aiutarci a capire se l’equivalenza ricardiana – quella per cui più debito è uguale a più tasse – influenza i comportamenti dei cittadini di fronte a tagli di tasse in deficit? Secondo i detrattori di questa teoria, all’inizio degli anni 80 gli Stati Uniti tagliarono le tasse concedendosi anche un forte aumento del disavanzo pubblico; eppure questo maggior deficit fu accompagnato da una riduzione del risparmio privato. I cittadini apparivano tutt’altro che previdenti, non accumulavano ma spendevano il maggior reddito disponibile. Rispondono i sostenitori dell’equivalenza ricardiana: il risparmio era basso perché gli individui erano ottimisti sulla crescita futura, o forse perché si fidavano della promessa del presidente Ronald Reagan che si era impegnato a non aumentare le tasse in futuro.

 

Entrambe le ricostruzioni sono verosimili. Ciò detto, il governo Renzi, che per il secondo anno consecutivo ha lasciato nel dimenticatoio un necessario processo di revisione della spesa pubblica, farebbe bene a non sottovalutare il senso comune diffuso oramai almeno in una parte dei contribuenti italiani, oltre che dei tanto evocati “mercati”. Nel debito pubblico italiano che non scende c’è, implicito, un messaggio di incertezza fiscale futura per tutti noi.

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