Tutte le falle (e le omissioni) del piano industriale di Cassa depositi

Cosa bolle all’istituto di promozione dei desideri
Tutte le falle (e le omissioni) del piano industriale di Cassa depositi

Il piano industriale 2016-2020 approvato dal nuovo cda della Cassa depositi e prestiti dedica sette righe ai 160 miliardi (32 miliardi l’anno) che in questi cinque anni verranno impiegati; e oltre una pagina a spiegare come. Inoltre: da dove vengono queste risorse? Mancando ogni indicazione si pensa che il flusso annuale sia l’analogo dei 32 miliardi di risorse aggiuntive affluite alla Cassa nel 2014 (deducibile tra le passività a fine 2013 e a fine 2014). Se così stanno le cose, Cdp dovrà ricorrere al mercato per 160 miliardi nel corso del quinquennio, e la leva finanziaria, che è già aumentata di un punto dal 2013 al 2014, sarà di 20 alla fine del piano. Senza contare che non sarà facile che l’utile dia lo stesso contributo all’incremento del patrimonio netto: infatti l’utile è costituito dal margine tra tassi attivi e tassi passivi, e Poste, quando si è quotata, ha spiegato al mercato come la nuova convenzione con Cdp fosse più vantaggiosa per Poste. Ergo meno per Cdp.

 

Il Gruppo Cdp, dice il comunicato, potrà attrarre ulteriori 100 miliardi, che in parte verranno da cofinanziamenti. I fondi messi da Cdp come cofinanziatore non possono essere contati due volte, o vanno contati tra i 160 o tra i 100.

 

D’altra parte non c’è molto spazio per fare di più: le voci di impiego di tesoreria e di prestiti agli enti locali sono rigide, per “mobilitare” – per usare il gergo militaresco del comunicato – di più bisognerebbe aumentare il ricorso al debito, e quindi la leva. I toni trionfalistici con cui il piano è stato accolto dai commentatori sono dunque alquanto esagerati, non parlano del rischio implicito in una leva importante. E finiscono per fare torto al proposito del nuovo management, cioè che il piano sia in linea con il nuovo posizionamento della Cdp, coerente cioè con lo status di Istituto nazionale di promozione – lo ripetiamo: Istituto nazionale di promozione – attribuito da governo italiano e Ue (i bond Cdp sono entrati tra quelli che la Bce può acquistare nel Qe).

 

Le esigenze di credito delle nostre Pmi sono fuori dal radar dei grandi investitori istituzionali, le cui operazioni si misurano in centinaia di milioni; sono quindi necessari fondi che abbiano la dimensione per rapportarsi con loro, e abbiano la capacità di selezionare i clienti (buoni) verso cui incanalarli. Stesso discorso per l’attività di private equity, in cui invece di fare prestiti si prendono partecipazioni e si accompagna l’azienda alla quotazione (e alla monetizzazione per chi ha investito). Con l’enorme liquidità in circolazione e la difficoltà del circuito bancario di rispettare i ratio patrimoniali, che Cdp voglia focalizzarsi a “supportare le aziende italiane lungo tutto il ciclo di vita”, è senz’altro un bene. Che sia necessario, è un altro discorso: di investitori che facciano questo mestiere ce ne sono molti, come Claudio Costamagna sa di persona, e un importante concorrente pubblico certo non incoraggia il sorgerne di altri privati, che contribuiscano a rendere il nostro sistema finanziario più simile a quello americano dove il credito è distribuito direttamente sul mercato su investimenti via via più rischiosi.

 

Senza contare i rischi che sempre incombono su Cdp: che le venga chiesto di fare da bancomat del governo in carica per operazioni che difficilmente si potrebbero classificare nella nuova attività di promotore; che motivi politici o rapporti relazionali si insinuino nelle decisioni di erogazione dei prestiti; che lo status di Istituto nazionale di promozione venga preso come garanzia implicita da parte dello stato.

 

[**Video_box_2**]Ma le prossime festività inducono all’ottimismo e alla speranza. In questo spirito ci si lascia andare a immaginare (indicare sarebbe troppo) una possibilità virtuosa. Se Cdp avesse grande successo, se a impedire di “mobilitare” di più, cioè se solo la possibilità di emettere altro debito senza aumentare la sua quantità di equity fosse di ostacolo ad aumentare il numero di imprese a cui fare credito e quelle in cui partecipare, allora verrebbe da chiedersi se sia più strategico per Cdp immobilizzare capitale per fare guardia all’Eni o “mobilizzarlo” in aziende che possono crescere, e se vendere quelle partecipazioni non sia il vero modo di essere un Istituto nazionale di promozione. E, già che si è imboccata quella strada, se anche il “nazionale” non sia di troppo. Dopotutto, se si vogliono accompagnare le aziende in Borsa, perché  non dare il buon esempio? Quotare Cdp e venderla: questo sì che sarebbe il piano che vorremmo vedere. Non solo sotto l’albero.

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