Il vento nuovo di Buenos Aires spazza il populismo monetario

Il peronismo come bussola della strategia della Banca centrale è ormai al tramonto. Una garanzia dopo la stretta della Fed 
Il vento nuovo di Buenos Aires spazza il populismo monetario

Mauricio Macri

Milano. Non è solo Janet Yellen ad avere cambiato il mondo dei banchieri centrali con l’inizio della stretta monetaria americana dopo un decennio di espansione forsennata. In America Latina qualcosa sta cambiando, in meglio. “Al contrario di quel che continuano a ripetere i miei detrattori, il livello delle riserve del nostro paese non è ridotto a zero”. Anzi. “Credo che la svalutazione della moneta progettata dal nuovo governo non è necessaria”. Anche questo si legge nelle sei pagine della lettera di dimissioni di Alejandro Vanoli, già governatore della Banca centrale argentina. Una lettera che il banchiere aveva indirizzato al presidente uscente, Cristina Kirchner, in polemica con Mauricio Macri, nuovo inquilino della Casa Rosada.

 

Non è un epilogo a sorpresa perché, fin dalla prima conferenza stampa dopo la vittoria, Macri ha chiesto le dimissioni di Vanoli, colpevole di aver contribuito al dissesto delle finanze di Buenos Aires. Dal 2010 a oggi le riserve valutarie sono più che dimezzate, passando da 52 miliardi di dollari a meno di 25, ma il nuovo governo teme che la situazione che troverà il nuovo governatore, l’economista Federico Sturzenegger, sarà probabilmente ben peggiore. Anche perché negli ultimi giorni del suo governo, prima dall’insediamento di Macri, Cristina Kirchner Fernandez stava facendo il possibile per avvelenare i pozzi del successore. Nonostante le condizioni precarie delle finanze pubbliche, il presidente uscente ha condonato il debito delle province verso Buenos Aires, aumentato stipendi e pensioni e ridotto l’Iva. Una pioggia di regalie che comporterà l’aumento del deficit pubblico di 7 punti, fragoroso e costoso testamento politico del populismo dei coniugi Kirchner, alla guida dell’Argentina dall’inizio dei Duemila. Non sarà facile per Macri e il suo staff contenere i danni di questo estremo sussulto di populismo di sinistra, anche perché il nuovo presidente non dispone della maggioranza in Parlamento. E’ facile, perciò, prevedere una fase turbolenta per Macri e la nuova leadership della Banca centrale, tanto più lunga e contrastata se non si riuscirà a realizzare in tempi rapidi un accordo con i detentori dei bond di Buenos Aires ancora congelati dai tempi del crack del 2001.

 

[**Video_box_2**]Ma, al di là delle prossime difficolta, la strada sembra segnata: il peronismo come bussola della strategia della Banca centrale è ormai al tramonto. Senza troppi rimpianti. Dal 2004, quando il presidente liquidò senza troppi complimenti il precedente governatore, Alfonso Pratt-Gay, la Banca centrale è stata una delle punte di diamante di una politica che ha dissestato le finanze pubbliche, provocato la crescita dell’inflazione e creato un inedito sistema di cambi a più velocità. Una situazione paradossale destinata a finire. Non solo in Argentina perché, al pari della dottrina Kirchner, la filosofia economica populista è in grave crisi anche in Venezuela, a mano a mano che si aggrava la crisi della presidenza Maduro. La dottrina che prevede la subordinazione della Banca centrale ai voleri dell’esecutivo, insomma, non è più di moda. Perché? Colpa, soprattutto, della caduta dei prezzi delle materie prime. Ad accelerare il trend ha contribuito il parziale cambio di rotta della Cina. Ma il populismo monetario resta una grande tentazione per i governi totalitari. Ne sa qualcosa il governatore della Banca centrale turca, Erdem Basci, impegnato in continui duelli con il presidente Erdogan che pretende di conciliare tassi bassi all’interno con una politica del cambio forte nei confronti del dollaro, necessaria per evitare il tracollo di un paese fortemente indebitato con la finanza americana. Ed è probabile che il rialzo dei tassi Usa provocherà, nei paesi dalle finanze più fragili, la tentazione di attribuire l’aumento del costo del denaro ai soliti speculatori al servizio di Wall Street e non all’abc della politica monetaria. A meno che il vento di Buenos Aires non riporti alla ragioni i fautori della politique d’abord.

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