Bail-in all’italiana

Tutto perdonato. Tutto dimenticato. Le sofferenze bancarie si sono intrecciate agli interessi dei partitanti. Mozione di sfiducia a Maria Elena Boschi. Gazzarra in Aula e in piazza. Scambio a decibel elevati tra Brunetta e Renzi.
Bail-in all’italiana

Banca Etruria è stata fondata ad Arezzo nel 1882 come istituto di credito popolare. Con decreto del 22-11-2015 è stata posta in liquidazione coatta amministrativa (foto LaPresse)

Tutto perdonato. Tutto dimenticato. Le sofferenze bancarie si sono intrecciate agli interessi dei partitanti. Mozione di sfiducia a Maria Elena Boschi. Gazzarra in Aula e in piazza. Scambio a decibel elevati tra Brunetta e Renzi. Che bello. Risultato, una giungla tropicale dove cresce la pianta da cui si ricava il nuovo oppio dei popoli: il qualunquismo bancario. Senza il decreto del governo, le banche avrebbero chiuso i battenti, i correntisti perso i soldi, i dipendenti il lavoro. Si può criticare il decreto del governo, ma la realtà è che lo scenario poteva essere una rovina fumante. E’ una storia da raccontare, facciamo parlare gli atti e commentiamo lo scenario con Paolo Savona. Cosa sarebbe successo? Lo ha raccontato Carmelo Barbagallo, capo della Vigilanza di Bankitalia alla Camera, in commissione Finanze, il 9 dicembre scorso: “L’avvio della risoluzione ha evitato, nel contempo, il bail-in dei creditori, obbligatorio dal 1° gennaio 2016, e la prospettiva di una liquidazione ‘atomistica’. Con il bail-in, le nuove norme avrebbero costretto a coinvolgere – oltre alle azioni e ai titoli subordinati – i circa 12 miliardi di euro di massa ‘non protetta’ delle quattro banche, inclusi i 2,4 miliardi di obbligazioni non subordinate. Con la liquidazione ‘atomistica’, non sarebbe stata assicurata la continuità delle funzioni essenziali delle quattro banche; alle 200.000 piccole imprese affidate si sarebbe dovuto chiedere il rientro immediato, con danni ingentissimi per le economie locali; sarebbero stati tutelati i soli portatori di depositi garantiti, sacrificando i crediti di un milione di risparmiatori e i posti di quasi seimila lavoratori, con una devastante distruzione di valore”.  Era meglio questo o il decreto? A voi la scelta. “L’ex governatore di Bankitalia Guido Carli diceva che le banche non possono fallire”, ricorda al Foglio Paolo Savona, economista, ex ministro dell’Industria nel governo Ciampi. Savona ha una vasta conoscenza del sistema bancario, è stato presidente del Fondo interbancario di tutela dei depositi, direttore del servizio studi di Bankitalia, direttore generale di Confindustria, amministratore delegato della Banca nazionale del lavoro, ma la sua visione non è quella di uno gnomo della finanza e lontanissima da quella di Juncker e Merkel è la sua idea di Europa. Savona ha un raro pragmatismo sardo-anglosassone, un’educazione repubblicana, per lui il qualunquismo bancario ha radici lontane e conseguenze attuali. “E’ un fatto che si spiega con il Dna religioso”, dice Savona. Il Dna religioso? “Sì, certo, il dibattito sull’usura, sul dare denaro in prestito. La persecuzione degli ebrei era dovuta al fatto che erano cambiavalute, erano prestatori di denaro. E’ un dibattito durato milleduecento anni dopo la nascita di Cristo. E oggi anche i musulmani sono sulla stessa linea, la finanza islamica proibisce il pagamento degli interessi”. Savona ha acceso la macchina del tempo, ma l’oggi bussa alla porta. “Con il Dna religioso siamo andati alle radici millenarie del tema, ora torniamo ai giorni nostri. Certamente vi è una forma di populismo dilagante in tutti i paesi occidentali che non sanno affrontare né la concorrenza dei paesi più poveri né la concorrenza religiosa dell’islam. A un certo punto, i politici invece di diventare la guida del popolo ne cavalcano le reazioni, cercano di coprire le loro responsabilità. Io insisto sul punto: la protezione del risparmiatore, che era stata messa dentro la Costituzione (allora avevamo mille problemi, eppure ce la infilarono, grazie a Einaudi) oggi non viene più praticata perché l’unica protezione è quella dei bilanci pubblici. E’ la filosofia europea e del capitalismo moderno”. Savona ricorda ancora cosa diceva il governatore Guido Carli: “Il costo dei ritardi è superiore al costo dell’intervento”. Ritardi. Omissioni. Dimenticanze.

 

Il qualunquismo bancario in Italia trova le condizioni ideali per la sua diffusione: ignoranza economico-finanziaria (secondo le classifiche Ocse siamo al penultimo posto, prima della Colombia), imprese affette da nanismo e localismo, partiti politici allo stato gassoso, collusione tra i poteri del borghetto, menefreghismo come imperativo categorico e filosofia di vita. Terreno fertile per chi cerca un’arma di distrazione di massa, un’evasione dalla realtà, un salto avanti (nella propaganda) e mille indietro (nella crescita del paese). La banca capro espiatorio dei mali di una nazione, l’azionista e l’obbligazionista (in)subordinato della banchetta putrefatta simboli della revanche localista contro l’Impero Mondialista. Promesse di rimborso, azzeramento del principio compro-guadagno-perdo. Ci sarebbe la realtà – per esempio, due miliardi di euro di crediti in sofferenza della sola Banca Etruria, soldi concessi a individui e imprese che ora lestamente vestono l’abito della vittima – ma la realtà in Italia è da tempo un’eventualità che sempre più spesso irrompe per mano altrui, la contemporaneità. E’ un film già visto nella torrida estate del 2011 con lo stato accasciato sul suo debito monstre e gli interessi sui titoli alle stelle, la cassa bruciata e i partitanti che s’aggiravano in Parlamento come zombie. Tutto perdonato. Tutto dimenticato.

 

E tutti in piazza. Non solo l’opposizione, anche il governo. “Se il governo dice farò qualcosa, quelli si organizzano subito per andare in piazza”, spiega Savona. “Ma il governo poteva anche dire: quella è la direttiva, è stata approvata dal Parlamento e quindi da voi, dal popolo”. E’ una linea, ma ci vuole troppo coraggio, altro? “Poteva non recepire la direttiva europea”. Anche in questo caso, troppo coraggio. La realtà? Lontana. Scomoda. Dimenticata. Il bail-in passò a Strasburgo e poi seguì il semaforo verde tout de suite in Italia.

 

Ah, certo, è tutta colpa dell’Europa. Flash back. E’ il 15 aprile del 2014, il Parlamento europeo esamina la risoluzione dello svedese Gunnar Hökmark, titolo: “Quadro di risanamento e risoluzione delle crisi degli enti creditizi e delle imprese di investimento”. I parlamentari votano la direttiva che introduce il bail-in, tecnicamente chiamata Bank recovery and resolution directive (Brrd). E’ uno dei provvedimenti innescati dalla crisi finanziaria del 2008, è in discussione da un paio d’anni – la proposta ufficiale della Commissione è del giugno 2012 – è un passaggio chiave del nuovo quadro dell’unione bancaria, non spunta in Aula improvvisamente e dunque si suppone che i partiti l’abbiano meditata, pesata, valutata. Venti mesi fa, un tempo lontanissimo. Non ricordano cosa e come votarono. Eppure ci sono gli archivi, i verbali di seduta, le impronte digitali. Pagina 124 del verbale pubblicato sulla Gazzetta ufficiale europea del 23 aprile. Voti favorevoli 584, voti contrari 80, astensioni 10. Il Ppe si schiera in blocco per il sì, così pure i socialisti europei. Che fanno i parlamentari italiani? Forza Italia e Pd votano sì, la Lega con Matteo Salvini in Aula fa flip flop, prima si astiene sul bail-in (Brrd) e poi vota contro il Single resolution mechanism (Srm). Il Movimento 5 stelle a Strasburgo ancora non c’era, ma in Italia faceva la campagna contro l’uso di fondi pubblici a favore delle banche: “Le finanziamo noi. Siete contenti?”. Esattamente quello che il bail-in evita. Cari onorevoli, l’importante è avere le idee chiare. Tutto perdonato. Tutto dimenticato.

 

[**Video_box_2**]L’italiano (medio, alto e basso) ha un formidabile tasto reset incorporato nella memoria. Si aziona quando pensa di averla scampata. Così ci risiamo con la fuga dalla realtà, con la distopia finanziaria, con la gazzarra parlamentare, le urla in Aula tra Brunetta e Renzi, la claque elevata ad analisi politica e soluzione del problema. La realtà? E’ là fuori. Banca Etruria e le sue sorelle erano gestite con il metodo della collusione locale: tutti dentro. I dirigenti avevano la manica larga con i prestiti e i fidi, i correntisti depositavano la cassa in cambio dello sbracamento contabile, e vai con l’aumma aumma subordinato, sottoscrivevano azioni e obbligazioni e vai con il sangiovese e la gogna per il banchiere. Come difendersi da questo blob che schizza dappertutto? “Ricordare il servizio indispensabile reso”, suggerisce Savona. “Il servizio dei pagamenti, il servizio di valutazione del credito. Delle banche abbiamo assolutamente bisogno”. E la vigilanza? Ora dicono che va tutto riformato. Savona spacca in due il problema: “Io difendo la vigilanza della Banca d’Italia, ma non sono d’accordo che poi faccia anche la sistemazione di queste operazioni. In tutto il mondo hanno un ruolo importante i fondi di tutela e ci sono tutte le autorità dentro, ci sono dei board che decidono qual è la soluzione migliore da dare”. Le quattro banche erano marce da anni, Bankitalia ordinò 8,5 milioni di sanzioni, le banche poi furono commissariate, ma tutto è felpato, l’informazione è prudente (all’eccesso), perché in un paese che non mastica l’economia, l’ignoranza finanziaria è un’arma letale e le istituzioni temono il bank run, la fuga dei depositi. E qui Savona individua il punto debole del sistema italiano, la scarsa pubblicizzazione degli atti di vigilanza: “Se non puoi dare l’informazione, devi dare la protezione. Si chiama protezione del risparmiatore sprovveduto. L’Europa non vuole proteggerli, ma responsabilizzarli”. Nel caso dell’Italia si tratta di un obiettivo prometeico. Perché cambiano i tempi, ma il costume resta quello del bar sport. Ci fu il tempo dell’aperitivo con lo spread e oggi sul calendario scorre quello del bail-in con il cappuccino. E non è finita. Perché basta leggere l’ultimo Rapporto di Bankitalia sulla stabilità finanziaria per avere lo scenario futuro: nella pancia delle banche italiane di sono 361 miliardi di crediti deteriorati, di cui 201 sono sofferenze; è un macigno che non ha trovato ancora il bulldozer in grado di spostarlo dalla strada della crescita economica. Più incagli, meno prestiti. Che fare? Savona ha la pallottola d’argento: “Quanto dovranno guadagnare le banche per smaltire queste sofferenze? Sono entrati in un circolo vizioso”. Mission impossible. E allora? “Si sono resi conto del problema. L’ha detto di fatto anche Draghi l’altro ieri, bisogna alleviare le banche di questi duecento miliardi”. Bad bank. Certo, ma dal punto di vista etico… “Vero, ma bisogna turarsi il naso e pensare al sistema”. E’ finita? “No, non è finita”. Altro che la mozione di sfiducia a Maria Elena Boschi, altro che Raffaele Cantone arbitro degli obbligazionisti subordinati, comica cantonata allo sportello. Apri i libri contabili del paese e schizzano fuori i mostri di Space Invaders. Un giorno niente sarà perdonato e niente sarà dimenticato. Ma troppo tardi.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi