Vivendi d’Italia

L’assemblea Telecom approva le richieste del socio forte francese Bolloré. Quattro manager del gruppo francese sono nel cda Telecom. E ora bacini tra Recchi e Patuano. Guida ai nuovi equilibri.
Vivendi d’Italia

Milano. E’ stato un duello al primo sangue, segnato dalla vittoria quasi scontata di Vivendi. Ieri l’assemblea di Telecom Italia ha registrato la doppia affermazione della squadra francese, capitanata da Arnaud de Puyfontaine, il pdg di Vivendi che, noblesse oblige, ha tenuto la prima parte del suo intervento in italiano. Un discorso che non ha riservato sorprese rispetto alle dichiarazioni della vigilia. La conversione dei titoli di risparmio in ordinarie? “Siamo favorevoli ma ad altre condizioni”. “Come azionisti importanti – ha detto – riteniamo di dover avere maggiori informazioni su questa operazione”. Ovvero Vivendi, che conta più del 20 per cento del capitale dell’ex incumbent italiano, non intende accettare passivamente una diluizione al 14 per cento, per giunta con uno sconto rilevante. Di qui l’astensione che vale come un “no”, dato che la misura aveva bisogno del favore almeno dei due terzi dei soci presenti, mentre Vivendi da sola contava per il 36,1 per cento del capitale presente. Ma de Puyfontaine evita di stravincere: se ne potrà riparlare, afferma, ma assieme a noi. “Vorremmo che ci venissero date più opportunità di discutere di questa conversione. E comunque riteniamo che questa mossa, e i possibili cambiamenti, deve essere considerata come un passo avanti che potrebbe avere un riflesso positivo sull’azienda”. Stessa musica per l’altra decisione, contestata dai proxy advisor reclutati da Assogestioni e dai consiglieri indipendenti: l’ingresso in cda di 4 rappresentanti designati da Vivendi (tre manager del gruppo e un indipendente) su 17 membri. Una decisione legittima, ripetono in blocco gli oppositori, ma che riconosce a Vivendi un peso superiore a quanto ha investito.

 

“Per quanto riguarda la richiesta di nomina di 4 manager – ha replicato de Puyfontaine – pensate a tutte le partite aperte di Telecom (da Metroweb al Brasile con la cessione di Tim Brasil) e a che impatto possono avere su Vivendi soprattutto quando si tratta di prendere delle decisioni. Per questo abbiamo chiesto di integrare l’attuale cda”.  Vincent Bolloré, primo azionista di Vivendi, non è tipo da investire 3 miliardi, quanti ne ha puntati sull’azienda italiana, per affidarsi a una gestione “indipendente”, ovvero alla quale sarebbe totalmente estraneo. Ma non si parli di conquista. “Il nostro – dice in italiano, da consumato frequentatore del salotto mediobanchesco e non solo – è un impegno a lungo termine in una grande impresa che per svilupparsi ha bisogno di un azionariato stabile in sintonia anche con il governo italiano”. E di un “socio industriale” deciso ad assecondare la crescita nella banda larga in maniera concreta “perché le parole sono una cosa e i fatti un’altra”, ça va sans dire. L’assemblea, anche nel caso dell’ampliamento del cda, si è adeguata: la proposta è stata approvata con il voto favorevole del 52,9 per cento dei soci. Contrari il 45,7 per cento. Risultato logico in fondo visto che, per ora, a investire nell’azienda sono stati i francesi di Vivendi e Xavier Niel, il patron di Iliad che ieri, senza colpo ferire, ha evitato la diluizione della sua quota potenziale. Il grande duello finisce così, in pratica senza tintinnio di sciabole. Il presidente Giuseppe Recchi sottolinea che il cda (“il migliore di cui abbia fatto parte”) fornisce solo le linee di indirizzo strategico, ma poi è spettatore rispetto alle scelte degli azionisti. L’ad Marco Patuano traccia il bilancio di un anno positivo in cui la capitalizzazione è salita da 16 a 22 miliardi e si concede un siparietto a uso e consumo dei rumor su presunti dissidi ai vertici. “Ti voglio bene – dice a Recchi davanti ai cronisti – presidentone mio”. Così cala il sipario sull’assemblea Telecom, company da ieri un po’ meno public.

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