In che senso è “sistemica” la crisi delle quattro banche salvate

Guardare oltre i quattro istituti di credito puntellati dal governo per scoprire un sistema localistico che ha fatto il suo tempo.
In che senso è “sistemica” la crisi delle quattro banche salvate

Roma. Non sono sistemiche perché la loro caduta non innesca un effetto domino. Le quattro banche dell’Italia centrale – Banca dell’Etruria, BancaMarche, CariChieti e CariFerrara – insomma, non sono la Lehman Brothers. Eppure possono essere definite sistemiche in un senso diverso, perché su di loro si è retto a lungo un modello di sviluppo, quello che Beniamino Andreatta aveva chiamato “la terza Italia”. Proprio a Nino Andreatta ha fatto esplicito riferimento, non senza nostalgia, Mario Draghi parlando a Bologna al convegno di Prometeia. Come mai? Cosa voleva dire il presidente della Banca centrale europea? Certo, conta il luogo e l’occasione, ma il riferimento non poteva essere più esplicito: “E’ naturale, mentre si cerca di sventare in Italia il rischio di una crisi bancaria, sentire la mancanza di personalità come quella di Nino Andreatta”. Intanto non va sottovalutata la prima frase “si cerca di sventare” e poi bisogna ricordare che cosa ha fatto l’economista democristiano: era ministro del Tesoro quando arrivò il crac del Banco Ambrosiano, lo affrontò senza attingere ai quattrini dei contribuenti, liquidò la vecchia banca, chiese al Vaticano restituire circa mille miliardi di lire.

 

Andreatta inoltre mette in campo un pool di banche pubbliche e private con Giovanni Bazoli alla guida della nuova azienda che si accolla cespiti, perdite e debiti del vecchio istituto. Dunque, un messaggio per il governo? Draghi non parla mai a caso e senza dubbio le sue parole manifestano preoccupazione.

 

Sono parecchie le banche locali, con ambizioni più o meno grandi, cadute durante la crisi, a cominciare dal Monte dei Paschi di Siena. Al netto di imbrogli e pasticci, è chiaro che l’istituto di credito nel 2007 aveva gettato il cuore oltre l’ostacolo comprando, senza averne le risorse, l’Antonveneta un’altra banca (o neglio un patchwork di banche) sulla quale si era retto il sistema economico-sociale tra Padova e Verona. In quel nord est che adesso soffre la crisi delle banche popolari a cominciare da quella di Vicenza. Dunque, non è solo l’Italia centrale, le Marche, l’Etruria, Ferrara e Chieti. Alla Popolare di Vicenza sono indagati l’ex presidente Gianni Zonin (proprietario dell’azienda vinicola) e cinque manager, mentre fioccano le denunce. La trasformazione in società per azioni farà emergere come sono stati gestiti prestiti e risparmi.

 

La Banca Etruria veniva chiamata la banca dell’oro perché era nata per sostenere gli orafi, una delle principali attività dell’aretino. Aveva finito per prestare quattrini a una fantomatica società che doveva costruire un mega panfilo per la coppia Pitt-Jolie. Nell’albo di famiglia figura tutto il notabilato locale. In quello della Banca Marche, come ha raccontato Alberto Statera sulla Repubblica, c’erano persino i “furbetti del quartierino”, Stefano Ricucci e Danilo Coppola o Angelo Balducci, l’ex plenipotenziario dei lavori pubblici, nato nel pesarese. Dietro il folklore locale a forte impatto mediatico, si cela un tessuto socio-conomico e un modello politico fondato sulla spartizione e sul consociativismo. E’ la terza Italia, sopravvissuta alla lunga recessione anche grazie alla “banca di sistema” sia pur su scala locale.

 

Basta andare nella provincia senese, più che a Siena città, per toccare con mano che cosa ha significato la ritirata (sia pur forzata) del Monte dei Paschi. La Fondazione e la banca pagavano tutto, i loro quattrini lastricavano le strade e allestivano mostre d’arte, ristrutturavano castelli e aprivano fabbrichette, sostenevano squadre di calcio (il Siena è finito in seria A) e di basket (la Mens sana ha vinto sette scudetti consecutivi). Lo stesso paradigma è stato replicato ovunque in quella che il Censis ha chiamato l’economia “borghigiana”.  

 

[**Video_box_2**]Il problema principale, dunque, non è proteggere genericamente il risparmio, né salvare in modo indiscriminato tutti gli obbligazionisti anche se i prospetti informativi non sono scritti in italiano (invece dovrebbe essere obbligatorio) e soprattutto con caratteri troppi piccoli. La vera questione è decidere come finanziare la transizione oltre il modello localista. Occorre introdurre di nuovo banche specializzzate nei prestiti a lungo termine alle piccole e medie imprese? E chi li garantisce? Bisogna far scendere il campo le aziende più grandi, anche quelle straniere (magari dell’Eurozona)? Un salto di sistema è necessario, dunque il salvataggio non basta; anzi, se tutto si ferma lì, diventa persino controproducente.

 

 

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi