L’illusione che esista ciò che in natura non esiste: l’investimento sicuro

Esistono per davvero i guru del mercato? Quelli in grado di azzeccare se non tutte molte delle previsioni? E farlo per più anni di fila?
L’illusione che esista ciò che in natura non esiste: l’investimento sicuro

Uno sportello bancario

La storia ormai è nota: quattro piccole banche italiane, in pessime condizioni finanziarie, sono in liquidazione dal 22 no-vembre. E’ stato effettuato un salvataggio, non con soldi dello stato (per ora), ma attraverso un fondo di risoluzione, perché l’Unione europea non permette l’aiuto da parte dei singoli Stati alle imprese in difficoltà. Molte persone hanno perso soldi, e conviene chiedersi, e in generale: ma noi italiani sappiamo rischiare? Forse no, forse ci mancano alcune qualità o forse siamo arroganti, rischiare significa anche saper calcolare, misurare. Tutto questo è vero, ma domanda un po’ infame: esistono per davvero i guru del mercato? Quelli in grado di azzeccare se non tutte molte delle previsioni? E farlo per più anni di fila? Per cominciare a farci un’idea, Gerd Gigerenzer (imparare a rischiare, come prendere decisioni giuste) ci invita, ex post, a rivedere le previsioni sulle quotazioni euro/dollaro, a partire dal 2001. Bene, la quotazione effettiva resta sempre lontana da tutte le loro stime, eppure quest’ultime erano fatte da analisti finanziari che lavoravano con favolosi modelli matematici. Il problema è che gli esperti si basavano su questa regola: il prossimo anno sarà come questo, dunque correggevano verso il basso o verso l’alto la previsione.

 

Questo metodo funziona solo se non succede niente di notevole, cioè se continua l’andamento dell’anno prima. E questo ci pone davanti a un’altra domanda infame: ma gli analisti delle banche controllano davvero i flussi di denaro a livello mondiale, tanto da poter prevedere le oscillazioni delle azioni e dei cambi? Probabilmente no, o meglio non sempre, qualche volta indovinano la previsione per l’anno in corso, ma sbagliano quella per il successivo. Il problema è che noi clienti desideriamo credere che gli analisti siano in grado di prevedere con buon margine di sicurezza gli andamenti: chiediamo dunque alle banche di mantenere viva l’illusione. Allora, mettiamola così, anche per non giudicare troppo duramente noi stessi e gli analisti:  nel caos del mondo reale, a volte, in determinate situazioni, quando il rischio non è noto – cioè, alta incertezza, molte alternative, poche quantità di dati – è preferibile andare verso il semplice. Meglio una regola del pollice: 1/N. Alloca il tuo denaro in parti uguali su N fondi. Quando il premio Nobel Harry Markowitz a fine carriera decise di investire i suoi risparmi usò proprio la suddetta euristica. Eppure aveva vinto il Nobel per aver risposto a un interessante quesito: come diversificare il risparmio? Con il portafoglio a varianza media: pesando correttamente le singole azioni possiamo ottimizzare il rapporto guadagno-rischio di un portafoglio. Mica aveva imbrogliato, tutt’altro, in un mondo di rischi conosciuti il metodo Markowitz è ottimo-regola: bassa incertezza, poche alternative, grande quantità di dati, allora vai verso il complesso – ma nell’ignoto mondo della Borsa per usare la formula Markowitz bisogna stimare un gran numero di parametri basati sugli anni passati. Alla fine Gigerenzer calcola che se abbiamo investito in 50 fondi affinché il metodo Markowitz faccia meglio di 1/N, dovremmo lavorare su cinque secoli di dati. 

 

[**Video_box_2**]Quindi in alcuni casi, cioè, in un mondo incerto, le regole semplici funzionano meglio dell’ottimizzazione: semplice è meglio, anche se non è così semplice – c’è bisogno di analisti preparati – per stimare dove e quando 1/N è la strategia migliore. Poi c’è la madre di tutte le euristiche, la fiducia. Se la fiducia si instaura poi è difficile che un cliente faccia domande semplici al consulente per capire se sa di cosa parla. Uno studio del 2012 (Monti, Martignon, Pelligra) ci racconta che due terzi di clienti italiani delle banche mettono al primo posto la fiducia nel proprio consulente, e solo un terzo la competenza (e la competenza è meno diffusa di quanto si pensi). Dunque, la fiducia come regola è ottima se il nostro consulente capisce i prodotti finanziari che propone (non usa un linguaggio oscuro ed è capace di rispondere alle nostre domande ammesso che gliele poniamo) e non ha conflitti di interesse (del resto, se il consulente agisce nell’interesse del cliente, la banca potrebbe rimetterci). Quindi in conclusione, per imparare  a rischiare? Gigerenger suggerisce di restare nel semplice: un terzo in azioni, un terzo in buoni del Tesoro e un terzo in immobili (per chi ce l’ha, si intende). Oppure: diversifica più che puoi, molto di più di quello che dicono gli esperti.

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