Così la vulgata pikettiana sulla diseguaglianza ha fatto il lavaggio del cervello agli italiani

Sondaggio Ipsos-Mori: le persone sovrastimano, e di molto,  la quota di ricchezza posseduta dal top 1 per cento. In Italia i cittadini ritengono che i super-ricchi abbiano in mano il 46 per cento della ricchezza totale quando in verità hanno esattamente la metà.

Così la vulgata pikettiana sulla diseguaglianza ha fatto il lavaggio del cervello agli italiani

Tutto è partito dopo lo scoppio della bolla dei subprime americani e della crisi globale, i primi ad attaccare i più ricchi e l’ampliarsi della forbice delle disuguaglianze sono stati quelli di Occupy Wall Street che hanno lanciato gli slogan e le campagne contro il top 1%, i più ricchi tra i ricchi, coloro che avrebbero prima causato al crisi e poi ne avrebbero beneficiato. Poi l’onda contro il top 1% si è spostata in Europa con gli indignados, i Podemos, i Syriza e anche in Italia con i suoi Tsipras e Iglesias in sedicesimo: Landini, Grillo, Fassina, Vendola, Camusso. “I ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri”, è lo slogan che ha unito le sponde dell’Atlantico, dato benzina i movimenti anti-austerity d’Occidente e audience ai mass media.

 

Ma quanto sono ricchi questi ricchi? Se lo è chiesto e lo ha chiesto ai cittadini di 28 diversi paesi del mondo Ipsos-Mori, uno dei principali istituti demoscopici britannici, per compilare il suo annuale “Perils of perception”, un sondaggio che mostra come le percezioni della popolazione molto spesso non corrispondano alla realtà e come molte convinzioni si dimostrino errate. Tra le tante domande sui diversi argomenti che riguardano la società dall’obesità all’immigrazione, dalle questioni religiose a quelle demografiche, Ipsos-Mori ha chiesto alle persone: “Quale quota della ricchezza totale delle famiglie pensi che sia in possesso dell’1% più ricco?”.

 

A parti pochi paesi tutti extraeuropei, le persone interrogate hanno sovrastimato e di molto la quota di ricchezza posseduta dal top 1% dal +36 dei britannici (che danno la risposta più lontana dalla verità) al +4 della Polonia (il paese europeo che dà la risposta più accurata, l’unico che si avvicina alla realtà). In Regno Unito le persone ritengono che il top 1% possieda il 59% della ricchezza globale, mentre il dato coretto è del 23 per cento; in Francia gli intervistati rispondono in media 56 per cento, mentre la realtà dice 23 per cento; in Italia i cittadini ritengono che i super-ricchi abbiano in mano il 46 per cento della ricchezza quando in verità hanno il 23 per cento, esattamente la metà, come in Regno Unito e Francia.

 



 

Se già questo dato dimostra quanto la nostra idea della realtà sia distorta dal tam tam mediatico-politico-editoriale, ce n’è un altro che fa diventare la situazione surreale. Nella domanda successiva infatti viene chiesto alle persone: “Quanta proporzione della ricchezza totale pensi l’1% più ricco dovrebbe possedere?” e dalle risposte si evince che secondo i cittadini intervistati la quota di ricchezza accettabile che il top 1% dovrebbe avere per molti paesi non è tanto distante da quanto sia in realtà: In Regno Unito dovrebbe essere 2 punti in meno, in Irlanda 3, in Spagna e Stati Uniti 10. Il caso paradossale però è quello dell’Italia: gli italiani pensano che il top 1% abbia il 46 per cento della ricchezza e che invece sarebbe giusto ne avesse il 26 per cento, il fatto però è che la quota reale detenuta dai super-ricchi è il 23 per cento, ovvero il 3 per cento di quanto secondo gli italiani sarebbe giusto. In pratica secondo le convinzioni degli intervistati sarebbe giusta una redistribuzione al contrario, a favore del top 1%.

 



 

 

Qualche tempo fa l’economista di Harvard Greg Mankiw, uno dei pochi che di questi tempi ha avuto il coraggio di “difendere l’1%”, analizzando proprio i dati di Piketty ha mostrato come la disuguaglianza, in questo caso dei redditi, sia aumentata dagli anni ’80 al 2000, ma da dieci anni a questa parte è rimasta costante e negli ultimi anni si è addirittura ridotta. “Come mai parliamo di disuguaglianza solo adesso? – si è chiesto Mankiw – un’ipotesi è che non ci preoccupiamo della disuguaglianza quando le cose vanno bene”. Fino a quando tutti crescevano l’aumento della diseguaglianza non è mai stato un problema, quando poi è arrivata la crisi è diventa un'arma formidabile per la retorica populista. È la crescita il problema, la lotta contro la disuguaglianza è probabilmente solo un modo con cui si manifesta la sofferenza per la lunga crisi.

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